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Tra Pulcinella e Peter Pan

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 A bocce ferme, per abbozzare una riflessione pacata sul corteo no-Salvini, e per farne occasione di una riflessione più ampia.
Sono stato e sono tra quanti ritengono che fosse giusto organizzare la manifestazione, e questo a prescindere dall’esito finale con gli scontri a piazzale Tecchio e la grancassa mediatica che ne è seguita. Giusto per sgombrare subito il campo da possibili equivoci. Lo ritenevo e lo ritengo giusto perchè non credo affatto che il contrasto a tutto ciò che – oggi – la Lega e Salvini rappresentano, possa essere messo in atto semplicemente ignorandoli, né tantomeno credo abbia senso l’obiezione che, così facendo, se ne alimenta e se ne amplifica la portata.

La questione è piuttosto quanto la pratica dello scontro serva oggi al movimento.
C’è, in questo – diciamocelo francamente – una coazione a ripetere ormai quasi ventennale, che risale all’epoca dei disobbedienti. La rappresentazione, verrebbe da dire la messa in scena, dello scontro di piazza, fatte salve alcune occasioni in cui è stata sostituita da una battaglia vera, è entrata a far parte della ritualità di piazza dei movimenti antagonisti. Quasi una sorta di elemento identitario.
Ora, è possibile che, in una certa fase, questa ritualità identitaria abbia avuto una funzione, e forse anche più di una. Ma, credo, questa fase è conclusa da tempo, e l’estendersi di questa prassi finisce con l’assolvere soprattutto a (poche) funzioni psicologiche, lasciando del tutto fuori effettive ragioni politiche.

É ovvio che Salvini, venendo a Napoli, non fa una semplice operazione elettorale, non viene soltanto a caccia dei voti di un centro-destra allo sbando. Consapevolmente, viene a soffiare sul fuoco, perchè sa di venire in terra ostile, e conta di capitalizzare anche l’ostilità. Per il suo bacino di riferimento, è una medaglia al valore.
Inoltre, sa perfettamente di inserirsi in un contesto generale che vede la città di Napoli come un grumo mal digerito da parte del partito di governo (PD), e che in questo (ma non solo…) è in ottima sintonia con il nuovo Ministro dell’Interno Minniti. La sua calata, dunque, costituisce un abile mossa per prendere due piccioni con una fava.
Quindi è chiaro che lo scontro di piazza è assolutamente funzionale al suo disegno, e presta il fianco all’orientamento repressivo del Viminale. Oltre, ovviamente, a mostrare i limiti – oggettivi e soggettivi – dell’ambivalenza dell’amministrazione comunale, che cerca di giocarsi (malamente, a mio avviso) un ruolo di lotta e di governo, molto spesso pasticciato.

Ora, dovrebbe essere quasi superfluo sottolinearlo, la Politica è la trasformazione dello stato presente delle cose, non semplicemente l’affermazione di un’idea. É dunque una prassi che deve soggiacere innanzi tutto alla ferrea legge dell’opportunità. Che non va ovviamente intesa come opportunismo, ma come pratica di ciò che è opportuno, che produce (che almeno può produrre) gli esiti desiderati.
E qual’era, l’esito desiderato della manifestazione? Credo che l’esito politico desiderato non potesse essere altro che rimarcare l’isolamento di Salvini e della destra raccogliticcia a conclave nel chiuso della Mostra d’Oltremare. Non potesse essere altro che estendere alla più ampia opinione cittadina, questo cordone sanitario contro il lepenismo leghista. Non potesse avere altro scopo che aumentare il consenso che i movimenti hanno in città, radicandolo sempre più.
Tutti obiettivi che la manifestazione poteva aver conseguito, sino alla bagarre davanti ai cancelli della Mostra.

Ragionevolmente, non si può – ex-post – invocare l’alibi della provocazione, per le cariche del giorno prima davanti la sede de Il Mattino, o per la massiccia presenza di uomini e mezzi schierati fuori l’area della riunione leghista. Né c’era una zona rossa che avesse senso violare. Gli scontri si sono innescati perchè erano nell’aria. Quasi un destino annunciato ed ineluttabile.
Laddove, invece, la logica politica avrebbe voluto che non vi fossero, persino in presenza di una effettiva provocazione, se non per una precisa scelta. L’impressione è stata, invece, quella di una recita in cui ciascuno è ingabbiato nel proprio ruolo, in cui nulla può darsi al di fuori del copione, scritto non si sa più da chi né perchè.
E di queste gabbie, mi sembra che a Napoli si cominci ad abusare.

Anche se la narrazione (scontata, no?) che ne hanno fatto i media è largamente falsa (nessuna bomba carta, nessuna molotov, nessun quartiere devastato, nessun black-block…), cento ragazzi con la mascherina nera di Pulcinella che celebrano la propria danza di rabbia tra lacrimogeni e lanci di sassi, non parlano un linguaggio inclusivo. Anche se buona parte dei manifestanti non li sente estranei (ed è vero, non sono alieni, né provocatori, né altro: sono parte del movimento), questa empatia ha un raggio assai limitato, difficilmente si espande oltre chi era in piazza per manifestare, ed anche una parte di chi c’era sarà indotta a considerare con maggior prudenza la propria partecipazione.
Come la violenza negli stadi ha prodotto la rarefazione della presenza di pubblico, al di fuori della tifoseria organizzata, giocando un ruolo non secondario nella trasformazione del calcio in spettacolo eminentemente televisivo (secondo i desiderata delle società), così il rischio è di ridurre il manifestare in piazza ad uno spettacolo mediatico, che esiste in virtù del fatto di essere mediaticamente visibile, e che lo è nella misura in cui risponde all’esigenza (spettacolare e politica) dei media, offrendo – appunto – la messa in scena dello scontro.

Al di là – molto al di là… – della facile retorica della città ribelle, che è molto più funzionale alla partita politica e personale del sindaco che non a quella dei movimenti, c’è da parte di questi una sorta di sindrome di Peter Pan: il rifiuto (inconsapevole, forse) di voler crescere (politicamente).
Se, come sembra, il riferimento più significativo è quello spagnolo, a partire dall’esperienza degli indignados sino a Podemos, sembra che i movimenti – in particolare a Napoli, dove per una serie di congiunture favorevoli hanno un terreno di coltura fertile – non riescano a fare quel passaggio, quello capace di trasformarli – appunto – da movimenti, legati a specificità territoriali o tematiche, a movimento, con obiettivi e capacità politica ampi.
Una possibilità invece assolutamente reale, concreta. Oltre che opportuna e necessaria.
Ma questa incapacità, si è già vista – colpevolmente – in occasione del referendum del 4 dicembre, quando non si è riusciti a dare una immagine univoca ed unitaria che, rappresentando un NO sociale, e quindi non semplicemente un rifiuto del renzismo, avrebbe potuto intercettare un’ampia fascia di cittadinanza, aprendo con questa un canale di comunicazione costruttivo.

La questione vera, dunque, non è l’episodio in sé degli scontri, né tanto meno una pretestuosa dicotomia violenza/non violenza, o – diversamente declinata – legalità/illegalità. Alla Mostra d’Oltremare è stato in scena l’epifenomeno.
Andare oltre o meno, questa è la questione. Perchè in politica come in fisica, i vuoti vengono comunque riempiti, e se lo spazio di una opposizione radicale, sociale e politica, non viene occupato da chi ne avrebbe titolo, verrà occupato da chi ne ha i mezzi.
Questa è la scelta su cui ragionare, il passaggio da costruire (o, al contrario, a cui definitivamente rinunciare).
Le diatribe su scontri si / scontri no, lasciano il tempo che trovano.

La Lunga Marcia

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Ad urne chiuse, e (prevedibile) risultato acquisito, vale la pena di cominciare a spendere qualche parola. E – ovviamente – impossibile non cominciare dalla anomalia napoletana; che non è soltanto quella del sindaco (eccentrico a qualsiasi schieramento politico), ma molto altro, che molti non vedono.

Napoli è, intanto, la città con l’astensione più alta. La vulgata corrente, tra media e politica, è che questa città sia in fondo refrattaria alla democrazia rappresentativa, che abbia – come del resto si compiace di avere lo stesso sindaco – un’anima anarchica.
Ma magari le cose non stanno così. Magari una lettura più politica, più razionale, è possibile.
La prima questione da osservare, è che il sistema bipolare pensato oltre vent’anni fa, come via d’uscita dalla crisi partitocratica della I^ Repubblica,  e che vide il suo esordio proprio con l’elezione diretta dei sindaci, mostra ora la corda, e si impalla, perchè la realtà del paese è strabordata da quei confini concettuali. Siamo, al minimo, in una realtà tripolare.
In un sistema bipolare, una realtà tripolare produce quel che abbiamo visto a Torino ed a Roma (con particolare evidenza): la forza sconfitta al primo turno, e che non accede al ballottaggio, converge in parte su uno dei due contendenti, determinando un cambio di equilibri. Insomma, ciò di cui il PD oggi si stupisce e (quasi) si indigna.
Questo fenomeno si è verificato fortemente nelle due città suindicate – e molto meno, ad esempio, a Milano – perchè il M5S (pur essendo un movimento anti-establishment, e quindi anche avverso al centro-destra) è innanzitutto una forza trasversale ai due schieramenti dx-sx. Dopo aver impostato buona parte della campagna elettorale sulla tesi che Virginia Raggi fosse di destra, è francamente demenziale che il PD non avesse messo nel conto che su di lei sarebbero confluiti i voti di quell’elettorato.

Ma a Napoli questo non accade. Luigi De Magistris vince sostanzialmente con gli stessi voti ottenuti al primo turno, mentre la partecipazione precipita. Ma la ragione non risiede in una specificità napoletana – nel senso di intrinseca alla città – quanto nella specificità del quadro politico napoletano.
Anche se il sindaco si è presentato e si presenta come un esponente della sinistra assai radicale, il suo non essere in realtà legato ad alcuna formazione (nonché il suo abilmente modulato peronismo), fanno sì che sia lui il movimento trasversale. All’interno del quale la sinistra-sinistra non è che una componente (e nemmeno determinante, come si vede dai risultati delle varie liste).
Al tempo stesso, il tracollo del PD – che dalla sconfitta di 5 anni fa a quella dell’altro giorno ha mostrato solo di essere peggiorato, sotto ogni profilo – ha lasciato allo sbando il suo elettorato di riferimento, ed ha privato il ballottaggio della polarizzazione politica destra/sinistra, lasciando al suo posto quella personale De Magistris/Lettieri.
Nonostante gli squallidi appelli a votare quest’ultimo, da parte di qualche ultras piddino, la gran parte degli elettori che al primo turno avevano votato per uno degli sconfitti, semplicemente non sono andati al voto. Così come hanno fatto una parte dei simpatizzanti di Lettieri, dando la partita per persa.
Non a caso, De Magistris vince con una percentuale vicina al 70% – come la Raggi – ma che corrisponde grosso modo a quello zoccolo duro che si è conquistato nei primi 5 anni, e che equivale ad un 20/25% del corpo elettorale.

L’uomo De Magistris, si sa, è caratterialmente eccessivo, come uno di quei ragazzi che, avendo vissuto in una famiglia molto rigida, fanno a 40/50 anni le cose che non hanno potuto fare quando ne avevano 20/30. Di là dal fatto che questo possa talvolta fare tenerezza, se lo si guardi con occhio benevolo, o suscitare fastidio, se lo si guardi con occhio meno indulgente, rimane il fatto che il suo lato eccessivo emerge soprattutto quando si sente in prima linea – come durante una campagna elettorale.
Bisognerà vedere, quindi, cosa farà a bocce ferme.
Fondamentalmente, ha dinanzi a sé due strade. La prima, sicuramente per lui più allettante, anche perchè più facile, è quella dello zapatismo partenopeo, della creazione di un movimento a la podemos, magari attraverso quella rete delle città ribelli di cui ha più volte parlato.
In questo, conta di utilizzare la spinta che viene da un movimento che sta partendo dal basso nella città, e che gli ha suggerito alcune suggestioni poi utilizzate in campagna elettorale. Un movimento del tutto autonomo, rispetto al sindaco ed ai suoi embrioni di organizzazione politica, ma che purtuttavia rischia di essere, almeno in parte, inglobato nella partita che lui immagina di giocare da qui a 5 anni.
L’altra strada, assai difficile, e soprattutto meno gratificante sul breve periodo, è quella di affrontare le questioni fondamentali, e provare seriamente a risolverle.

La prima, enorme, è costituita dagli oltre 3/5 dei cittadini, per i quali non c’è rappresentanza. Rispetto ai quali, il problema non è semplicemente riportarli al voto – che comunque non è dietro l’angolo – ma rimotivarli alla partecipazione.
La seconda è rappresentata dalle periferie, quelle esterne (Bagnoli, Ponticelli, Scampia, San Giovanni…) così come quelle interne (Quartieri Spagnoli, Forcella…), rispetto alle quali deve essere fatto uno sforzo titanico di inclusione. Devono essere parte della città a tutti gli effetti, e sotto tutti gli aspetti, e non zone altre.
La terza, è quella di far crescere la città. Crescita civile e crescita economica (e le due cose si tengono), avendo a mente soprattutto la parte più giovane e più dinamica della città, quella su cui si può ragionevolmente scommettere per conseguire questo risultato.

Se proprio avverte l’esigenza di un movimento politico, che possa fargli da punto d’appoggio quando tra cinque anni si concluderà la sua esperienza da sindaco, si limiti – ad esempio – ad intrecciare reti con altre città d’Italia e d’Europa (anche non necessariamente ribelli…), ed affidi al fratello il compito di organizzare il suo movimento (sempre che ne sia capace). Così, tra l’altro, scioglierà un equivoco che ha retto anche troppo a lungo, tra le mura di Palazzo San Giacomo, riaprendo i giochi su una casella importante come quella delle politiche culturali (che è fondamentale ai fini della crescita di cui dicevo prima).

In ogni caso, quella che ci attende è una lunga marcia. Perchè al di là della buona fede e della buona volontà del sindaco, l’onere della partita sta a tutti noi. Alla fine di questa consiliatura, quando lui cercherà legittimamente nuovi campi da gioco su cui misurare la propria ambizione, squali e squaletti del malaffare politico saranno ancora lì, pronti ad azzannare il corpo di Napoli. Già da oggi, c’è da starne pur certi, stanno pensando al giorno in cui potranno rientrare a San Giacomo, come fosse il loro acquario tropicale.

Adda passà a nuttata

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In quest’ultimo mese, come ricordava ieri sul CormEz Antonio Polito, abbiamo assistito alla rappresentazione plastica della pochezza che caratterizza la classe dirigente napoletana.
Mesi, anni a dire che la giunta De Magistris è il peggio del peggio, e poi – quando sopraggiunge la sospensione dalla carica di sindaco in virtù della legge Severino – la montagna partorisce il topolino. Non una iniziativa politica seria, capace di innescare sulla momentanea crisi dell’amministrazione un processo di cambiamento. Solo balbettii, proclami, dibattiti involuti nel chiuso delle segrete stanze. Non una sola iniziativa pubblica, che puntasse a coinvolgere e mobilitare la cittadinanza. Non un passo capace di determinare la crisi anche formale del Consiglio. Nulla di nulla. Né a destra, né al centro né a sinistra.
Allora, mi sembra giusto – e tempestivo – fare alcune riflessioni più generali.

Eduardo, 30 anni fà...

Eduardo, 30 anni fà…

Com’è noto, sono da tempo un critico severo di questa amministrazione, a cui – credo argomentando sempre puntualmente – ho rimproverato sia la scarsa capacità amministrativa e politica, sia l’ingiustificata arroganza del suo dominus, sia una specifica serie di errori. Non sono quindi portato ad indulgere verso l’amministrazione arancione in alcun modo. Ciò nonostante, vogliamo dirci con altrettanta chiarezza e sincerità alcune cose – peraltro note, e sinanco palesi, ma che tendiamo tutti, per una ragione o per un’altra, a rimuovere?
Sul piano dei risultati amministrativi, sulla gestione della città, io non vedo un così significativo arretramento rispetto alla Napoli amministrata da Rosetta Iervolino.
Già allora, la città era mal governata, senza alcun disegno di prospettiva, con un Consiglio Comunale di infimo livello. Certo, la Iervolino era una politica ben navigata, e sapeva muoversi molto meglio di Giggino, sia in città che a Roma. E del resto, a differenza del nostro, aveva anche migliori e più numerose relazioni col mondo politico locale e nazionale. Ed aveva alle spalle un partito – una coalizione di partiti – all’epoca ancora radicati nel territorio, con un background di competenze e di esperienze che la pattuglia arancione nemmeno si sognava.
A parziale giustificazione di quest’ultima, d’altronde, va detto che il contesto generale in cui opera è significativamente peggiorato. Non solo per l’eredità politica ed amministrativa della giunta precedente, ma anche per nuovi elementi entrati nello scenario – una crisi devastante, che colpisce soprattutto al sud, il patto di stabilità che paralizza i comuni, etc.

Qual’è, dunque, la responsabilità maggiore, la più grave, che si possa imputare all’amministrazione De Magistris?
In poche parole, lo scarto enorme tra le promesse (e le speranze suscitate e cavalcate) e le realizzazioni. In questo scarto, si annida il colpo di grazia inferto alla speranza dei cittadini napoletani. E lì, in questa ennesima (e, almeno per il momento, definitiva) delusione, che sta la colpa grave di questa amministrazione. Più nello specifico, alla arroganza del primo cittadino (che con la sua personalità debordante ha plasmato tutte le giunte susseguitesi negli anni), si è affiancata la supponenza del ristretto circolo cui il sindaco attingeva per trovare i propri collaboratori. Con un atteggiamento un po’ grillino – nel senso più deteriore del termine – la presunzione di essere i migliori, e di essere quindi anche assolutamente capaci ed autosufficienti, ha accecato la Giunta Comunale, spingendola a chiudersi a riccio, da un lato sprezzante verso chiunque fosse, in qualsiasi modo, riconducibile alle forze che sostennero l’amministrazione precedente, dall’altro timorosa di restare stravolta da qualsiasi forma di apertura.
Una chiusura che si è manifestata non solo verso le forze politiche, ma anche verso i cittadini stessi, nei cui confronti – dopo una iniziale apertura anche un po’ demagogica – è poi scattato l’ostracismo.
La colpa grave, dunque, non è tanto aver amministrato male – in questo, inserendosi in un solco già tracciato almeno dalle due precedenti amministrazioni – ma l’aver ucciso la speranza di cambiamento.

D’altro canto, le opposizioni – tutte – hanno abbondantemente mostrato di essere solo peggiorate, rispetto a qualche anno fà, quando già furono sconfitte per via della propria scarsa credibilità. É innanzitutto loro responsabilità l’aver spinto la città tra le braccia di De Magistris. E nella loro crescente pochezza, potrebbe annidarsi nuovamente lo stesso esito, al prossimo giro.
Non è per nulla casuale che tutti facciano affidamento sullo schieramento ideologico dell’elettorato, piuttosto che su un progetto (ed un programma) per la città. Che la battaglia sia incentrata sui nomi, sulle persone, piuttosto che sulle idee. Con un ribaltamento di senso spaventoso – e pure ormai talmente ordinario da non stupirci più – si punta sul carisma personale invece che sull’interesse generale, sull’uomo (o la donna) capace di sedurre l’elettore piuttosto che su un’idea di città capace di convincerlo. É questo il quadro che si prospetta. La scelta, dunque, è allo stato ristretta tra la padella e la brace.

C’è, in Spagna, un movimento che si definisce Podemos (possiamo). E che, al di là di tutto, testimonia la capacità reattiva del popolo spagnolo, il suo non rassegnarsi all’esistente. C’è qualcuno che dice: prendiamo in mano il nostro destino, possiamo.
Qui invece continuiamo ad affidarci. C’è sempre un caro leader a cui ci affezioniamo ed a cui affidiamo il nostro futuro. Si chiami Berlusconi, Grillo o Renzi poco cambia (davvero molto poco…). Ma non è che siamo antropologicamente diversi dagli spagnoli, non è che non possiamo. Semplicemente, non vogliamo. Perchè è più comodo, e ci consente poi di sottrarci dalle responsabilità. Al peggio, ci riscattiamo con un Piazzale Loreto.
L’anima di questa città – tutta intera, quella più popolare e quella borghese – è stata interpretata meglio di chiunque altro da Eduardo. Se ne celebrano i trent’anni dalla morte in questi giorni. Ma davvero il suo lascito si esaurisce tra due opposti, tra la speranza inattiva de “adda passà a nuttata” ed il rinunciatario j’accuse di “iatevenne!”? Se così fosse, vuol dire che questa è una città impotente, in cui ciascuno sceglie per sé – che sia l’attesa o la fuga.
Ma siamo proprio sicuri, che non possiamo? Nemmeno per quattro giornate?…

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