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La Lunga Marcia

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Ad urne chiuse, e (prevedibile) risultato acquisito, vale la pena di cominciare a spendere qualche parola. E – ovviamente – impossibile non cominciare dalla anomalia napoletana; che non è soltanto quella del sindaco (eccentrico a qualsiasi schieramento politico), ma molto altro, che molti non vedono.

Napoli è, intanto, la città con l’astensione più alta. La vulgata corrente, tra media e politica, è che questa città sia in fondo refrattaria alla democrazia rappresentativa, che abbia – come del resto si compiace di avere lo stesso sindaco – un’anima anarchica.
Ma magari le cose non stanno così. Magari una lettura più politica, più razionale, è possibile.
La prima questione da osservare, è che il sistema bipolare pensato oltre vent’anni fa, come via d’uscita dalla crisi partitocratica della I^ Repubblica,  e che vide il suo esordio proprio con l’elezione diretta dei sindaci, mostra ora la corda, e si impalla, perchè la realtà del paese è strabordata da quei confini concettuali. Siamo, al minimo, in una realtà tripolare.
In un sistema bipolare, una realtà tripolare produce quel che abbiamo visto a Torino ed a Roma (con particolare evidenza): la forza sconfitta al primo turno, e che non accede al ballottaggio, converge in parte su uno dei due contendenti, determinando un cambio di equilibri. Insomma, ciò di cui il PD oggi si stupisce e (quasi) si indigna.
Questo fenomeno si è verificato fortemente nelle due città suindicate – e molto meno, ad esempio, a Milano – perchè il M5S (pur essendo un movimento anti-establishment, e quindi anche avverso al centro-destra) è innanzitutto una forza trasversale ai due schieramenti dx-sx. Dopo aver impostato buona parte della campagna elettorale sulla tesi che Virginia Raggi fosse di destra, è francamente demenziale che il PD non avesse messo nel conto che su di lei sarebbero confluiti i voti di quell’elettorato.

Ma a Napoli questo non accade. Luigi De Magistris vince sostanzialmente con gli stessi voti ottenuti al primo turno, mentre la partecipazione precipita. Ma la ragione non risiede in una specificità napoletana – nel senso di intrinseca alla città – quanto nella specificità del quadro politico napoletano.
Anche se il sindaco si è presentato e si presenta come un esponente della sinistra assai radicale, il suo non essere in realtà legato ad alcuna formazione (nonché il suo abilmente modulato peronismo), fanno sì che sia lui il movimento trasversale. All’interno del quale la sinistra-sinistra non è che una componente (e nemmeno determinante, come si vede dai risultati delle varie liste).
Al tempo stesso, il tracollo del PD – che dalla sconfitta di 5 anni fa a quella dell’altro giorno ha mostrato solo di essere peggiorato, sotto ogni profilo – ha lasciato allo sbando il suo elettorato di riferimento, ed ha privato il ballottaggio della polarizzazione politica destra/sinistra, lasciando al suo posto quella personale De Magistris/Lettieri.
Nonostante gli squallidi appelli a votare quest’ultimo, da parte di qualche ultras piddino, la gran parte degli elettori che al primo turno avevano votato per uno degli sconfitti, semplicemente non sono andati al voto. Così come hanno fatto una parte dei simpatizzanti di Lettieri, dando la partita per persa.
Non a caso, De Magistris vince con una percentuale vicina al 70% – come la Raggi – ma che corrisponde grosso modo a quello zoccolo duro che si è conquistato nei primi 5 anni, e che equivale ad un 20/25% del corpo elettorale.

L’uomo De Magistris, si sa, è caratterialmente eccessivo, come uno di quei ragazzi che, avendo vissuto in una famiglia molto rigida, fanno a 40/50 anni le cose che non hanno potuto fare quando ne avevano 20/30. Di là dal fatto che questo possa talvolta fare tenerezza, se lo si guardi con occhio benevolo, o suscitare fastidio, se lo si guardi con occhio meno indulgente, rimane il fatto che il suo lato eccessivo emerge soprattutto quando si sente in prima linea – come durante una campagna elettorale.
Bisognerà vedere, quindi, cosa farà a bocce ferme.
Fondamentalmente, ha dinanzi a sé due strade. La prima, sicuramente per lui più allettante, anche perchè più facile, è quella dello zapatismo partenopeo, della creazione di un movimento a la podemos, magari attraverso quella rete delle città ribelli di cui ha più volte parlato.
In questo, conta di utilizzare la spinta che viene da un movimento che sta partendo dal basso nella città, e che gli ha suggerito alcune suggestioni poi utilizzate in campagna elettorale. Un movimento del tutto autonomo, rispetto al sindaco ed ai suoi embrioni di organizzazione politica, ma che purtuttavia rischia di essere, almeno in parte, inglobato nella partita che lui immagina di giocare da qui a 5 anni.
L’altra strada, assai difficile, e soprattutto meno gratificante sul breve periodo, è quella di affrontare le questioni fondamentali, e provare seriamente a risolverle.

La prima, enorme, è costituita dagli oltre 3/5 dei cittadini, per i quali non c’è rappresentanza. Rispetto ai quali, il problema non è semplicemente riportarli al voto – che comunque non è dietro l’angolo – ma rimotivarli alla partecipazione.
La seconda è rappresentata dalle periferie, quelle esterne (Bagnoli, Ponticelli, Scampia, San Giovanni…) così come quelle interne (Quartieri Spagnoli, Forcella…), rispetto alle quali deve essere fatto uno sforzo titanico di inclusione. Devono essere parte della città a tutti gli effetti, e sotto tutti gli aspetti, e non zone altre.
La terza, è quella di far crescere la città. Crescita civile e crescita economica (e le due cose si tengono), avendo a mente soprattutto la parte più giovane e più dinamica della città, quella su cui si può ragionevolmente scommettere per conseguire questo risultato.

Se proprio avverte l’esigenza di un movimento politico, che possa fargli da punto d’appoggio quando tra cinque anni si concluderà la sua esperienza da sindaco, si limiti – ad esempio – ad intrecciare reti con altre città d’Italia e d’Europa (anche non necessariamente ribelli…), ed affidi al fratello il compito di organizzare il suo movimento (sempre che ne sia capace). Così, tra l’altro, scioglierà un equivoco che ha retto anche troppo a lungo, tra le mura di Palazzo San Giacomo, riaprendo i giochi su una casella importante come quella delle politiche culturali (che è fondamentale ai fini della crescita di cui dicevo prima).

In ogni caso, quella che ci attende è una lunga marcia. Perchè al di là della buona fede e della buona volontà del sindaco, l’onere della partita sta a tutti noi. Alla fine di questa consiliatura, quando lui cercherà legittimamente nuovi campi da gioco su cui misurare la propria ambizione, squali e squaletti del malaffare politico saranno ancora lì, pronti ad azzannare il corpo di Napoli. Già da oggi, c’è da starne pur certi, stanno pensando al giorno in cui potranno rientrare a San Giacomo, come fosse il loro acquario tropicale.

Il senso di Vermeer per il marketing

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Sembra che il discrimine, la questione dirimente – almeno tra i lettori di questo blog – si sia ormai incagliata su un punto: è possibile, per Napoli, invertire la rotta e costruire un futuro diverso, oppure essa è ineluttabilmente condannata?
La mia personale posizione è nota: nulla è così definitivamente predeterminato, da non poter essere mutato. Tutto si può cambiare. Ciò non implica, ovviamente, che ciò certamente accada, né tantomeno quando. Di sicuro, il cambiamento non si produce da solo, richiede la volontà e l’impegno (almeno) di alcuni; quanto meno per avviare il processo.
Resta il fatto che a Napoli questa cultura del fatalismo è molto forte, ed assolutamente trasversale. E costituisce, a mio avviso, uno dei principali ostacoli da sormontare. Eppure…
A ben vedere, non è poi così difficile agire fattivamente per il cambiamento. E ritenere ostinatamente il contrario, rischia di favorire il classico autoinverarsi della profezia. Certo, non è facile – né qui né altrove, né adesso né mai. La resistenza conservatrice, quella che si oppone ad ogni cambiamento – vuoi per interesse, vuoi per pigrizia o per paura – è sempre molto forte. Ma è anche molto volatile. Superata una certa soglia, si sbriciola incredibilmente in fretta. Si tratta soltanto di avere la determinazione di non farsi scoraggiare, quando al contrario sembra granitica ed insuperabile.
Ma, assolutamente, non si deve cadere nell’illusione opposta, che basti la volontà. L’illusione che, armati di buone intenzioni e determinazione, si possa vincere ogni battaglia, lascia quotidianamente sul campo molte vittime. Non da ultima, l’amministrazione De Magistris, che sul volontarismo spinto ha costruito sì il suo successo iniziale (peraltro in ciò di molto avvantaggiata dall’inconsistenza altrui), ma che dello stesso è stata poi vittima – e la città con lei.

La 'ragazza' di Vermeer

La ‘ragazza’ di Vermeer

Occorre armare la volontà di buone idee, e poi mettere quest’arma in mano a molti. Occorre saper mobilitare le competenze, inserendole in un quadro progettuale ampio. La denuncia, la lamentazione, sono sempre facili, e trovano facilmente consenso, ma la costruzione è sempre un processo più lento e complesso. Che ha bisogno di buone gambe, per giungere a destinazione. Per questo, accanto alla doverosa narrazione del deficit culturale ed amministrativo delle classi dirigenti locali, ho sempre cercato nel mio piccolo di avanzare proposte, immaginare soluzioni, indicare percorsi possibili.
Non molto tempo addietro (Salviamo Napoli?), ad esempio, provavo ad immaginare delle possibilità d’uso per l’ex Ospedale Militare ai Quartieri Spagnoli, l’Albergo dei Poveri e l’ex area industriale di Napoli Est. Scrivevo allora: “Affidare la creazione di un polo dell’innovazione ad una grande impresa multinazionale (penso alla Apple oppure a Google) o ad una grande università internazionale (ad esempio Shanghai), che metta insieme ricerca scientifica ed artistica, università imprese e artisti, affidandogli in comodato d’uso gratuito per cinquant’anni l’Albergo dei Poveri”. Probabilmente, ai più sarà sembrata un’assoluta utopia – per qualcuno bella, per qualcun’altro meno – ma comunque un progetto irrealizzabile. Eppure…
Eppure è di questi giorni la notizia che la Microsoft ha appena inaugurato a Napoli, in partnership con la Federico II, un Laboratorio di Esperienza Digitale, con sede presso il Csfi della Scuola Politecnica e delle Scienze di Base. Certo, non è proprio la stessa cosa, e del resto questa è chiaramente un’iniziativa che nasce lungo il segmento università – impresa, con tutti i limiti che questo comporta. Ma è la prova che non è impossibile portare a Napoli grandi imprese globali. Ma, come dicevo allora, occorre “una visione forte, audace, del futuro”. Qui ed oggi, siamo al piccolo cabotaggio.

L’infrastruttura di questo Paese, è costruita sul pressapochismo, perchè le classi dirigenti – soprattutto negli ultimi vent’anni – si sono arroccate al potere, favorendo il nepotismo ed il clientelismo, così come ogni altra articolazione sociale dalle forme para-feudali; la consanguineità, o la fedeltà, hanno sostituito la competenza, ed il risultato è una nazione in cui si è persa cognizione del come si fanno le cose. Un atteggiamento bulimico, predatorio, nei confronti dei beni pubblici, ha soppiantato ogni sentire comune. Senza il quale, parlare di beni comuni è mero esercizio retorico.
Si guardi Pompei.
Un patrimonio immenso – e non solo per estensione – che si sta letteralmente sbriciolando, per la semplice ragione che lo Stato italiano è incapace di dirimere il groviglio di norme ed interessi che impastoiano i beni culturali pubblici, perchè non sa trovare – dentro o fuori di sé – la chiave di volta, la capacità di fare con competenza. Fa notizia, in questo scorcio d’autunno, il caso della ragazza con l’orecchino di perla di Vermeer. Un solo, singolo quadro, divenuto una vera star internazionale, a cui si dedicano mostre da grandi numeri. Di là da considerazioni (condivisibilissime) sulla discutibilità culturale di certe operazioni, è innegabile che il loro successo non è frutto di improvvisazione, ma di grande professionalità, di accorta pianificazione. Basti dire che per la mostra newyorkese del quadro di Vermeer, la pubblicità e la prevendita dei biglietti sono cominciati un’anno prima! Per non parlare della mostra Life and death. Pompeii and Herculaneum, tenutasi al British Museum di Londra tra marzo e settembre. Un successo straordinario di pubblico (e di incassi). Mentre la Pompei vera sprofonda nell’incuria, nella scarsità di risorse, nell’eccesso di (in)competenze

Per questo, quando penso al Forum delle Culture, a ciò che sono stati (in)capaci di farne, tra Comune di Napoli e Regione Campania, mi sale il sangue agli occhi. Non è solo una questione di opportunità mancate sotto il profilo culturale. Se questa occasione fosse stata gestita come meritava, sarebbe stata anche una straordinaria possibilità di formare sul campo una squadra di persone competenti, il cui know-how si sarebbe poi rivelato prezioso, nella gestione del patrimonio culturale campano. Una cosa che i Caldoro, i De Magistris, probabilmente non capiscono, nemmeno arrivano a pensarlo.
Nel Sud d’Italia è concentrata quasi la metà dei monumenti italiani, ma produce meno di un quarto dei redditi (48% e 24,8%). E senza le necessarie competenze, culturali e manageriali, andrà sempre peggio. Questa classe dirigente, che sia spendacciona o rigorosa, ha lo sguardo ed il fiato corto. La programmazione di lungo respiro è qualcosa che non gli appartiene. Il far le cose in fretta, arronzando, è l’unico orizzonte all’interno del quale sa muoversi.
Un orizzonte asfittico, dal quale dobbiamo uscire.

Il Grande Nulla

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Infine, ed inevitabilmente, il rimpasto è arrivato.
Ovviamente, come era prevedibile, si tratta di un rimpastino, perchè al di là del rimescolamento dei nomi, assolutamente nulla è cambiato. Da un certo punto di vista, anzi, i mutamenti intervenuti nella Giunta comunale si dimostrano rivelatori della crisi profonda – e per nulla risolta – che attraversa l’amministrazione. L’obiettivo iniziale del Sindaco era quello di allargare la sua base, sia sul piano consiliare che su quello sociale. E, attraverso questa operazione – che contava di chiudere con un coinvolgimento di PD e SEL – rientrare in qualche modo in quella che costituisce il suo unico, vero interesse: la partita politica nazionale.
Sfortunatamente per lui, le cose sono andate diversamente dal previsto. Il PD, per quanto allo sbando ed attraversato da numerose pulsioni favorevoli all’ingresso in Giunta (l’astinenza da governo è difficile da… governare!), ha preferito mantenersi libero, rinviando a tempi (e condizioni) migliori un’eventuale rientro a Palazzo San Giacomo. Dal canto suo anche SEL, che pure non si trova in condizioni migliori, ha saputo resistere alla sirena arancione, ben comprendendo che un allargamento della maggioranza si costruisce sulla base di un diverso programma – e non semplicemente su un diverso organigramma.
In compenso, la fu rivoluzione arancione (e civile) sembra aver sedotto quantomeno i consiglieri UDC, che ormai supportano la maggioranza quasi stabilmente…
Del resto, anche il Sindaco è allegramente passato dalla fiera opposizione al governo Monti al sostegno al governo Letta, composto dalla medesima maggioranza del precedente, destinato a svolgere sostanzialmente le stesse politiche, ed oltretutto con una più marcata (e talvolta marchiana) presenza di esponenti del PDL.
Si potrebbe pensare che De Magistris, dopo aver isolato la città rispetto al governo nazionale con le sue reiterate esternazioni ostili, si sia ora ravveduto. Ma essendo io un noto malfidato, ho le mie riserve; ben più probabile, infatti, che si tratti soltanto di una tardiva mossa tattica, adottata in funzione di quelle (mai sopite) ambizioni nazionali di cui dicevo.
Il Sindaco, infatti, ha sempre mostrato di non comprendere che – in quanto tale – dovrebbe intervenire nel dibattito politico attraverso i suoi atti amministrativi, e non con i tweet rivoluzionari o le dichiarazioni roboanti ai media.

Il Grande Nulla, ma quello 'autentico'

Il Grande Nulla, ma quello ‘autentico’

Sia come sia, il maquillage amministrativo è alfine arrivato.
Come sempre, preferisco concentrare l’attenzione sulle politiche culturali, chè troppo ci sarebbe da dire sull’amministrazione della città in generale.
E poiché questo rimpastino, pur non essendo il primo cambiamento nella squadra del Sindaco (che sin da subito non ha fatto che perdere pezzi), rappresenta comunque uno spartiacque, mi sembra giusto partire da un bilancio di quanto ci lasciamo alle spalle. Anzi, da un bilancino.
Se si guarda all’indietro, a questi due anni, è davvero difficile trovare traccia di una qualche politica culturale. Direi quasi che è difficile trovare qualche traccia, purchessia. Il biennio trascorso all’insegna di Antonella Di Nocera non lascia alcunché alla città, non un evento significativo, non un indirizzo di rilievo, non un importante processo avviato. E probabilmente non poteva essere diversamente, per una gestione subalterna quale è stata quella appena conclusa; subalterna nei confronti dei De Magistris (Sindaco e fratello), ovviamente.
Alla mancanza di fondi, che sull’assessorato alla cultura ha pesato ancor più che su altri, si è sommata la mancanza di idee; dalle stanze dell’assessorato, nel corso di questa prima fase amministrativa, ne sono uscite ben poche, e nessuna di successo. Spesso bistrattata dalla sua stessa maggioranza (si ricordano i pubblici attacchi di Maria Lorenzi, presidente della commissione cultura del Comune), l’assessore Di Nocera può vantare all’attivo solo le Giornate x la Cultura, tardive ed insufficienti. Per il resto, non pervenuta. Sostanzialmente, la sua gestione è stata caratterizzata da un approccio raccogliticcio: mettere insieme tutto ciò che in città viene comunque prodotto sul piano artistico e culturale, cercando di farlo apparire come un qualcosa di unitario, di programmato.
A fine mandato, posso confermare la valutazione che ne feci tempo addietro, in un intervista al Corriere del Mezzogiorno: “Volenterosa, inadeguata”.

La seconda (ed ultima?) fase dell’amministrazione napoletana, si apre ora con la nomina di Nino Daniele al posto che fu della Di Nocera. É sempre sgradevole, dover in qualche modo anticipare un giudizio sull’operato delle persone. Sarebbe più corretto attendere di poterlo fare ex post, o quanto meno dopo un sufficiente lasso di tempo. Purtuttavia, quando si parla di questioni politiche, il peso delle singole personalità è ridimensionato, rispetto a quello sovradeterminato dal quadro generale.
E questo, è segnato dal fatto che il rimpasto della Giunta comunale è sfacciatamente legato ad esigenze di facciata, e non di sostanza. Non c’è infatti alcuna variazione di programma – non essendoci alcun programma, sarebbe in effetti difficile… – e quindi tutto è destinato a proseguire come prima.
Certo, il neo-assessore è stato Sindaco di Ercolano, quindi si può supporre che sia meno disponibile ad un ruolo così smaccatamente subalterno. D’altro canto, pare che sia noto soprattutto per il suo impegno anti-camorra, avrà quindi bisogno di qualcuno che di politiche culturali ne sappia… Ovviamente, e giustamente, un ruolo politico e non tecnico non necessita strettamente di una competenza specifica; ma certo non guasterebbe.
Ci sono ora alcune grandi questioni, che attendono l’assessore Daniele.
C’è innanzitutto il buco nero del Forum Universale delle Culture. In merito al quale, in questi anni, abbiamo sentito dire di tutto e di più, ma senza mai vedere nulla di vero. Si dice che le bugie hanno le gambe corte, perchè non vanno lontano; ma in merito al Forum, siamo da tempo alle bugie focomeliche
C’è la questione del PAN. Cosa fare, con quali idee, quali mezzi, quali obiettivi, del Palazzo delle Arti Napoli. Ormai ridotto più che mai a grande contenitore senza identità, inseguendo maldestramente l’idea di metterlo a reddito.
C’è il problema del Mercadante – e del teatro in generale, a Napoli. Un problema politico, che riguarda la Direzione De Fusco, ed uno economico, che attiene ai fondi che il Comune deve al Teatro di Città. Ma ovviamente senza dimenticare la crisi di un intero comparto, ed il modo in cui questa si intreccia con la gestione del Napoli Teatro Festival Italia.
C’è da risolvere i nodi della biblioteca Marotta e della collezione De Simone. Due importanti patrimoni cittadini, che rischiano di andare dispersi, o comunque di non ricevere l’adeguata attenzione.
C’è la questione della destinazione d’uso di alcuni importanti spazi, per di più già interamente (o quasi) restaurati, come il complesso conventuale di San Domenico Maggiore, l’ex-Ospedale Militare ai Quartieri Spagnoli, l’Albergo dei Poveri a Piazza Carlo III…

Ancora una volta, le questioni sul tappeto sono esattamente le stesse di due anni fa – ma incancrenite. Saprà il nuovo assessore, non dico risolverle, ma quanto meno affrontarle? Riuscirà a strappare qualche risorsa al Sindaco – o magari ad attingere a qualche finanziamento europeo? Vedremo finalmente messe in campo delle idee?
La speranza (che non vuole mai morire…) è che qualcosa si muova. La previsione (spero sinceramente smentita dai fatti) è che nulla cambierà. Per uscire da questo Grande Nulla napoletano, ci vorrebbe una squadra coesa nel conseguimento di obiettivi chiari e precisi, e con solide connessioni con il tessuto connettivo della città. Non vedo nulla di tutto questo.

“Libertà è partecipazione”

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In questi giorni, a Roma, si tiene la seconda edizione della Biennale dello Spazio Pubblico. Obiettivo della Biennale, è quello di “diffondere buone pratiche realizzate in Italia e all’estero, e stimolare il dibattito sul recupero degli spazi pubblici”. Chissà se l’amministrazione pubblica napoletana se ne è interessata… Perchè poi, a furia di parlare di beni comuni, si rischia di perdere di vista qual’è il senso del termine pubblico. E invece non sarebbe male rammentare che con questo termine si indica non solo ciò che appartiene al pubblico (ovvero la sua proprietà è collettiva), ma anche ciò che è aperto, fruibile dal pubblico.
In tempi in cui si fa uso a piene mani della retorica, per giustificare operazioni di cassa – si pensi al reiterato richiamo alla necessità di “salvaguardare le nuove generazioni”, come scusa per colpire quelle attuali (riforma delle pensioni, tagli al welfare…) – non è male provare un attimo a riportare l’attenzione su questo termine, sul suo significato più pieno e profondo.
Da decenni, ormai, si è imposta in Europa – ed in Italia in particolare – un’idea della politica del tutto subalterna all’economia, ed un’idea di quest’ultima profondamente svincolata dal mondo della produzione reale, privilegiando invece quella finanziaria. Basti pensare alla incredibile quantità di Presidenti della Repubblica, del Consiglio, e Ministri vari, che negli ultimi anni sono approdati direttamente ai vertici della gestione dello Stato, provenendo da quello delle banche e della finanza.
É fuori discussione che, di là dalla personale onestà e correttezza, questi abbiano portato con sé, e nella politica, il proprio imprinting culturale; che è appunto quello di chi opera all’interno di un preciso sistema, ovviamente condividendone logica e prassi.
Il progressivo slittamento della politica, la sua perdita del senso di sé e del proprio ruolo, ha finito col determinare e consolidare l’idea dominante che occuparsi della cosa pubblica sia fondamentalmente una questione contabile. É così che il patrimonio pubblico diventa, nella visione dell’attuale classe dirigente, esclusivamente patrimonio: una risorsa, un bene, da mettere a reddito se non da alienare per far quadrare i conti.

Spazio pubblico è spazio 'di tutti'

Spazio pubblico è spazio ‘di tutti’

Ma il patrimonio pubblico non è solo patrimonio comune, di tutti. La proprietà pubblica di un palazzo, di là dal suo valore storico, artistico e culturale, non fa capo meramente alla collettività attuale; essa deriva anche dal contributo delle generazioni precedenti, ed appartiene in egual modo alle generazioni future. La sua alienabilità è quindi materia molto delicata. Tanto più che, nel medesimo arco di tempo che ha visto l’affermarsi di questa ideologia liberista, non a caso nel nostro Paese si è assistito ad una progressiva e costante polarizzazione sociale ed economica, con la crescente concentrazione della ricchezza e la depauperizzazione dei ceti medi e meno abbienti. Segno questo che il modo in cui concretamente sono state gestite le politiche di rigore e di risanamento dei conti, ha prodotto sostanzialmente uno spostamento della ricchezza, senza peraltro sanare i deficit; legittimo quindi prevenire la svendita del patrimonio pubblico, i cui costi ricadrebbero sulla collettività, apportando ancora una volta ricchezza laddove essa già si trova.
Ma non è ovviamente di economia, che voglio dire – non ne ho né la competenza né la passione. Pur non mancandomi, come a ciascuno, la capacità di cogliere le discrasie tra gestione pubblica e comune buon senso
Quel che mi interessa è capire quale dovrebbe, e quale possa, essere una gestione saggia ed eticamente corretta del patrimonio pubblico. Che ne rispetti il valore non meramente economico, senza per questo ignorarne quest’ultimo aspetto.

Pur nella considerazione che le politiche economiche e finanziarie sono sempre più sovradeterminate – in una progressione piramidale, al vertice della quale c’è l’indefinito quanto incontrollabile mercato – non si può non partire dai territori, dagli ambiti territoriali ed amministrativi locali. Quelli che, non a caso, sono considerati enti di prossimità.
E basti pensare all’enorme patrimonio pubblico afferente la città di Napoli, per rendersi conto della portata del problema.
A due anni dal cambio di amministrazione comunale, da quella rosa (di nome e di fatto!) del centrosinistra a quella arancione del sindaco De Magistris, cosa è veramente cambiato, sotto questo profilo? Di la dalla retorica dei beni comuni, le uniche vere interlocuzioni dell’amministrazione sono state quelle con i gruppi economici ed imprenditoriali (De Laurentiis, Romeo, Faraone Mennella…). E se da un lato si è avviata un’operazione di alienazione del patrimonio immobiliare abitativo del Comune, sempre tramite la Romeo (ed i cui vantaggi economici finali sono ancora tutti da verificare), nulla si è mosso o si è visto per quanto attiene a quella parte di patrimonio pubblico che è tale non soltanto per titolo di proprietà. Forse con due sole eccezioni.
Il complesso conventuale di San Domenico Maggiore, il cui restauro è però frutto di scelte fatte e fondi impegnati dalla precedente amministrazione, e sul cui destino attuale e futuro, però, grava una cappa di assoluta incertezza. Il che porta con sé il pericolo dell’abbandono e dello spreco.
E, per altri versi, il complesso dell’ex-asilo Filangieri, in cui la lunga non-occupazione messa in atto (con il non disinteressato avallo del Sindaco) dal collettivo La Balena, se da un lato ha certamente prodotto un’intensa attività, dall’altro ha congelato una situazione comunque anomala e discutibile, sotto il profilo della legittimità formale e sostanziale. Resta da vedere, al riguardo, cosa ne sarà ora che la Fondazione Forum delle Culture – che lì ha sede – è tornata ad essere, dopo tutte le giravolte di De Magistris, l’organo attuatore del Forum stesso (altro mistero glorioso…).

E l’Albergo dei Poveri a Piazza Carlo III? Ed il complesso dell’ex-Ospedale Militare ai Quartieri Spagnoli? Solo per citare i due casi più macroscopici. Di la dall’essere di volta in volta indicati dal Sindaco, nelle sue estemporanee dichiarazioni, come sede di questo e quell’altro, rimangono strutture vuote, solo del tutto occasionalmente utilizzate. E le decine e decine di chiese abbandonate? E i famosi bandi per l’assegnazione degli spazi comunali al mondo dell’associazionismo? Che ne è, del patrimonio pubblico napoletano, qual’è la sua condizione attuale, e la sua destinazione futura? Quale idea ha in merito – ammesso che ne abbia una – l’attuale amministrazione?
Tra le fantasie (e le ambizioni) di grandeur del sindaco, e gli appetiti degli immobiliaristi, la città è in effetti gestita come un condominio.  Nessun orizzonte che non sia la quotidiana manutenzione. Che per di più, avendo pochi soldi in cassa, risulta assai sbilenca e precaria.
Bene fanno i partiti della sinistra, a rifiutare l’ingresso in maggioranza, senza un cambio programmatico del governo cittadino. Ma fanno malissimo quando questo cambiamento non sanno concretamente disegnarlo e proporlo. Dov’è l’idea di città futura? Qual’è il progetto nuovo?
Ben venga il lungomare liberato (anche se tempi e modi per realizzarlo sono stati a dir poco discutibili); anche i simboli servono. Ma serve anche altro. Serve urgentemente qualcuno che tracci le linee guida per la Napoli di domani. Che chiarisca il cosa ed il come, oltre che il quando. Magari – ad esempio – a partire da un censimento del patrimonio pubblico a Napoli. Così, per avere quanto meno un’idea concreta di cosa stiamo parlando.
Se si provasse ad aprire una discussione pubblica, su questi temi? Non sarebbe forse – e per davvero – una cosa di sinistra?
“Libertà è partecipazione”, mi par di ricordare…

Così è, se vi pare

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Il prossimo 4 giugno, prenderà il via il Napoli Teatro Festival 2013. Il Direttore De Fusco, nel presentarlo insieme al Presidente della Fondazione Campania dei Festival, l’assessore regionale Caterina Miraglia, mena vanto delle produzioni con attori e registi di fama internazionale, e lancia una bordata contro il Sindaco e la giunta comunale, affermando che “il Comune dovrebbe essere contento: a giugno doveva esserci il Forum delle Culture, del quale non sentiamo più parlare, non abbiamo più notizie. Invece ci sarà il festival”. Il festival, aggiunge, costerà quest’anno solo 4 milioni, a fronte dei 6 della scorsa edizione; e non ci sarà più il raddoppio a settembre. Quel che i due omettono di dire è che il NTF non paga da anni attori e tecnici che hanno lavorato alle produzioni delle edizioni precedenti. Che è stato citato in giudizio per questo da alcuni grandi nomi del teatro internazionale. Che in passato, e con i soldi del Festival, il Direttore De Fusco ha realizzato una sua produzione, costata 500.000 euro (e che, oltre il danno la beffa!, trattavasi de L’Opera da Tre Soldi…) Che De Fusco agisce in regime di monopolio semi-padronale, essendo anche Direttore dello Stabile napoletano (Mercadante e San Ferdinando), e che il teatro napoletano è ormai agonizzante. Che l’assessore Miraglia è un mirabile esempio di invadenza della politica, essendo al tempo stesso ai vertici dell’istituzione politica e degli organismi operativi che ne dipendono (ragion per cui, in assoluta solitudine, continuo a ritenere e chiedere che dovrebbe dimettersi). Quanto alla frecciatina sul Forum, peraltro fondata, nasce forse dalla delusione: la gestione del Forum nei siti regionali UNESCO, infatti, è stata sino all’ultimo in ballo tra la Fondazione diretta dal De Fusco e la SCABEC, la società partecipata che ha la gestione del Museo MADRe, e che si è infine aggiudicata la commessa (5 milioni di euro…).

Il teatro napoletano grida vendetta...

Il teatro napoletano urla vendetta…

D’altra parte, a 10 giorni dall’incontro con i rappresentanti della Fundaciò di Barcellona, che avrebbe dovuto essere nelle parole del Sindaco il punto di svolta, rimane il silenzio più totale. Nessuna comunicazione ufficiale sul programma, nessuna notizia dei bandi. L’assessore Di Nocera, ancora all’inizio del mese, nel corso delle Giornate x la cultura, ha ribadito la sua presa di distanza da un evento che la vede totalmente esclusa; mentre il referente ufficioso-ufficiale, Claudio De Magistris, fratello del Sindaco, tace.
Il Forum, si dice, comincerà a luglio, quando la città sarà presumibilmente boccheggiante per il caldo estivo; e si svolgerà prevalentemente all’interno di spazi chiusi, come la Mostra d’Oltremare e l’area ex-NATO a Bagnoli. Insomma, una scelta strategica geniale, perfetta per puntare al massimo coinvolgimento della città…
Così alla fine, i nostri solerti amministratori, dopo aver fatto e disfatto di tutto, in una cosa sembrano essere riusciti: snaturare completamente il Forum.
Quella che avrebbe dovuto essere, infatti, una grande manifestazione culturale, con un forte impatto strutturale, una larga partecipazione dei cittadini, ed una ricaduta positiva duratura, si preannuncia come l’ennesimo grande evento, una serie di spettacoli – magari anche di grande impatto – il cui target sarà inevitabilmente turistico. Ancora una volta, quindi, si sceglie la strada peggiore: usare Napoli come scenografia prestigiosa, con notevoli costi a carico della collettività e profitti per pochi. Una logica, forse inconsapevolmente, neo-borbonica.

Gli spazi pubblici del Comune, dal Maschio Angioino a Castel dell’Ovo al PAN, nella prospettiva della messa a reddito, sono ormai del tutto privi di una qualsivoglia parvenza di identità. Del resto, nel momento in cui si è operata la scelta di privilegiarne l’uso sulla base della possibilità di spesa dei proponenti…
Città della Scienza, almeno per la parte a mare, andata distrutta nell’incendio, si ricostruirà a Bagnoli. Ma, con uno di quei compromessi all’italiana, che son peggio di qualsiasi soluzione netta, pare si voglia… lasciare invariato il varco d’accesso, ma spostare i padiglioni in posizione diversa rispetto a quella pregressa!
Il complesso conventuale di San Domenico Maggiore, da poco riaperto dopo un lungo ed oneroso restauro, e per il quale si ipotizzava la destinazione d’uso a Museo della Musica – tanto che se ne parlò anche come sede della raccolta De Simone – sembra non si sappia più cosa farne. Come a dire che si degraderà lentamente, senza manutenzione ordinaria, utilizzandolo occasionalmente per gli eventi più disparati.
E Palazzo Fuga, lo splendido Albergo dei Poveri, con il suo restauro interrotto a metà, che domina la piazza come la facciata di una scenografia di cartone, in attesa di un film che non verrà mai girato…
Ed il complesso dell’ex-Ospedale Militare ai Quartieri Spagnoli, altro restauro senza alcun seguito…
A Napoli, per dire che di qualcosa ce n’è in abbondanza, si usa la locuzione se ne cade… E mai come adesso, è sembrata pienamente calzante.

La città si spegne, lentamente, di un’agonia infinita di cui lo stato della cultura e dei beni culturali è paradigma. E intanto, cerusici si affollano intorno senza costrutto.
Così è, se vi pare.

Salviamo Napoli?

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“Il mare non bagna Napoli”, diceva Annamaria Ortese. Forse non aveva fatto i conti col riscaldamento globale, che sta producendo un’innalzamento del livello delle acque nel Mediterraneo, stimato in 60cm nel corso del secolo. Certo, quella della Ortese era una metafora, e comunque un secolo è lungo, cosa volete che siano 6mm in più all’anno? Ma, metafora per metafora, a me sembra che il processo in atto sia più veloce, anche se – forse – più che dovuto al salire delle acque sembra conseguenza dello sprofondare della città.
Occorre davvero uno sforzo visivo, per non percepire come sotto un maquillage appariscente si nasconda il crescente degrado. Non è una questione (soltanto) strutturale, ma qualcosa di più profondo, che attiene al senso di sé che la città, i cittadini, ha/nno del proprio essere come entità collettiva.
E la nuova pista ciclabile arancione mi appare, ancora una volta, come la metafora perfetta dello stato delle cose. Un bluff. Un colossale bluff, enfatizzato al massimo – sino ai limiti del ridicolo – per cercare di nasconderne la natura intrinseca, nell’ingenua illusione che si potesse celare sono uno strato di vernice arancione (o dietro un’infinita teoria di icone ciclistiche stampigliate su strade e marciapiedi), l’assenza sostanziale non solo di una vera ciclabile, ma persino di una qualsivoglia idea di mobilità urbana. Come se bastasse nominare le cose, per credere di averle realizzate.
Se fosse così semplice, basterebbe – ad esempio – cambiare nome al Palazzo delle Arti Napoli, mettere su via Dei Mille una bella targa con su scritto: Centre Pompidou (qualsiasi allusione all’assessore alla cultura è puramente voluta…), e voilà il gioco è fatto!

SuperGiggino

SuperGiggino

Purtroppo, non è così che funziona. Con buona pace del nostro supersindaco, che continua a confondere l’apparenza con la sostanza.
Non ci si può però nascondere dietro l’inadeguatezza del governo della città, perchè le responsabilità non sono tutte (e soltanto) dentro Palazzo San Giacomo. Ci sono almeno tre attori, sulla scena. C’è la politica, la pubblica amministrazione, alla quale decenni – se non secoli – di arretratezza economica e sociale hanno finito con l’attribuire un ruolo da protagonista assoluto, con tutte le distorsioni che ne sono derivate. C’è l’impresa, il capitale privato, che spesso si è attaccato alla zizza della politica, e che quasi sempre si è disinteressato della città, negando qualsivoglia funzione sociale al proprio esistere. C’è la cittadinanza, le donne e gli uomini che qui vivono, ma che hanno un senso di appartenenza distorto, nel quale una pur fortissima socialità sembra restare sempre confinata alla dimensione della lamentela o della evasione; sempre pronti a pariare, sempre riottosi a fare (se non ciascun per se).
Questi attori, non stanno recitando lo stesso testo; sono sul medesimo palcoscenico, ma ciascuno sembra ignorare l’altro. Si vedono, si pestano i piedi, si scansano, a volte inveiscono l’un l’altro, ma continuano a seguire ognuno un proprio canovaccio. Il risultato, è uno spettacolo inconcludente, che oscilla continuamente tra tragedia e commedia, ma che non racconta alcuna storia.
Se vogliamo fermare il declino, se vogliamo salvare Napoli, occorre metter mano alla scrittura comune di una nuova drammaturgia per la città.

Personalmente continuo a credere che la chiave di volta sia la cultura. E non, come a volte con un eccesso semplicistico si fa, pensandola come un capitale da mettere in valore, un’opportunità di sviluppo economico. Ovviamente, può essere anche questo; ma non può esserlo da sola. Pensare che una grande città possa vivere esclusivamente di cultura e turismo, significa non avere le idee chiare su quale sia la dimensione di scala dei problemi.
La cultura, quindi, può essere la chiave nella misura in cui è lo strumento che consente di riassumere e comprendere le complessità dello scenario napoletano. E dico comprendere nel duplice senso di capire e di contenere in sé. Attraverso la cultura, la città (nella sua interezza) può ri-scoprire un senso comune, e quindi progettare un futuro comune.
É di questo, che c’è urgente bisogno.
Occorre che qualcuno interrompa lo spettacolo, che fermi l’azione. Che richiami tutti gli attori alla necessità di ritrovare l’unicità di tempo e di luogo, di ri-tessere una rete di relazioni non formali e/o casuali, di mettere in scena un testo comune. E se questo non sa farlo la politica, cui pure spetterebbe primariamente il compito di curare la dimensione pubblica, se non interessa all’impresa, persa dietro la difesa di altri interessi, del tutto privati, allora non può che essere compito dei cittadini. Deve partire dal basso l’azione. É questo il senso in cui può avere significato aprire un processo che porti alla convocazione degli stati generali della cultura. O c’è consapevolezza e partecipazione, o non avrebbe alcun senso, e si risolverebbe nell’ennesima, frustrante passerella, un povero teatrino in cui alcuni recitano il proprio saggio e dotto intervento, tanti portano come contributo la narrazione delle proprie glorie o delle proprie lamentazioni, i più tornano a casa con maggior rabbia e meno speranza di prima.

Al tempo stesso, così come dal basso deve partire l’iniziativa di invertire il senso di marcia, così dal basso deve partire la costruzione del processo, e quindi individuando degli obiettivi specifici, materiali persino. Mettere mano alla costruzione dell’edificio, piuttosto che perdersi in infinite discussioni sul come edificarlo.
E tenendo presente la situazione reale, oggettiva, della città, occorre anche coraggio e capacità di innovazione.
Pensare ad esempio – e lancio qui qualche mia piccola provocazione – a dei poli capaci di attrarre partecipazione (culturale, sociale, economica) e di restituire produzione (culturale, sociale, economica).
Trasformare l’ex-Ospedale Militare sopra i Quartieri Spagnoli in un polo della creatività, affidandolo in comodato d’uso gratuito ventennale ad un consorzio d’imprese e di associazioni che lavorano nella produzione artistica e creativa.
Affidare la creazione di un polo dell’innovazione ad una grande impresa multinazionale (penso alla Apple oppure a Google) o ad una grande università internazionale (ad esempio Shanghai), che metta insieme ricerca scientifica ed artistica, università imprese e artisti, affidandogli in comodato d’uso gratuito per cinquant’anni l’Albergo dei Poveri.
Mettere in piedi, attraverso un grande progetto multinazionale, un polo per le arti performative nell’area industriale dismessa di Napoli Est, creando laboratori per il teatro e la danza, un auditorium, e soprattutto una struttura di residenze la più ampia possibile, che porti a Napoli ogni anno centinaia di artisti d’ogni parte del mondo, rimettendoci al centro di una rete di scambi culturali – fondamentale premessa della riconquista d’una capacità attrattiva turistica forte e non effimera.
Senza una visione forte, audace, del futuro, continueremo a scendere sott’acqua 6mm all’anno. Lentamente ma inesorabilmente.
Altro che Coppa America!

Buon compleanno, ‘rivoluzione’!

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Un anno. Ieri la Giunta De Magistris ha compiuto il suo primo anno d’età. Ovviamente – e forse anche giustamente, o quantomeno prevedibilmente… – la rivoluzione arancione si è persa per strada.
Non ci sono stati grandi festeggiamenti, per celebrare la ricorrenza, ma anche questo, in fondo, ha una sua logica. Anzi, piuttosto che di celebrazioni, il Sindaco ha scelto il primo anniversario della sua elezione per parlare ufficialmente di rimpasto. In effetti, tutti danno per scontato che ci sia, ma dopo il congresso provinciale del PD (a metà luglio). Perchè in base agli equilibri che verranno fuori da lì, si determineranno le facce con cui il Partito Democratico – con SEL al seguito… – entrerà in Giunta.
Due rimpasti in vista, dunque? Difficile. Più probabilmente, il Sindaco ha voluto cogliere due piccioni con una fava: togliersi un sassolino dalla scarpa, lanciando un monito agli assessori più ostici, e preparare mediaticamente il terreno al rimescolamento che si profila, con l’ingresso della sinistra in maggioranza ed in giunta.
Staremo a vedere.
Difficile comunque non cogliere l’occasione per un primo bilancio dell’operato arancione – sotto il profilo delle politiche culturali, ovviamente. Le aree su cui l’azione – o la non-azione… – dell’amministrazione comunale si è contraddistinta, a mio avviso si possono riassumere in pochi capitoli. Innanzi tutto, il Forum Universale delle Culture. Quindi, il teatro, l’arte contemporanea. Più un’appendice sulla declinazione dei beni comuni.

Per quanto riguarda il teatro, a parte qualche piccola conflittualità con la Regione Campania sul Teatro Mercadante – che tra l’altro a me pare molto di facciata – non mi sembra si possa segnalare un intervento incisivo, da parte del Comune. Il Teatro di Città (Mercadante e San Ferdinando) rimane in mano alla gestione De Fusco, che dirige anche il Napoli Teatro Festival Italia, entrambe con il medesimo stile improntato all’egocentrismo, all’interesse personale. (Da ultimo, a conferma del monopolio defuschiano garantito dalla Miraglia, gli è stata affidata anche la direzione del World Urban Forum di settembre!…)
Si è data ospitalità ai lavoratori dello spettacolo, riuniti in assemblea permanente presso il PAN, ma poi non si vede quali interventi concreti abbia sviluppato l’amministrazione – sia per il teatro di tradizione, che per quello d’innovazione. E se è pur vero che alcune realtà non dipendono dal Comune, un Sindaco ed una Giunta autorevoli, nella propria città, contano anche quando le decisioni formali spettano ad altri. Così c’è un Nuovo Teatro Nuovo in crisi profonda, un Trianon abbandonato a se stesso, un San Ferdinando esposto ai raid dei teppistelli del quartiere…
E mentre il Teatro Festival fagocita ingenti risorse regionali (11 milioni di euro, elargiti dall’assessore Miraglia al suo protegé solo per la fase di accompagnamento al Forum!), la scena napoletana boccheggia.

La 'rivoluzione arancione' è ancora 'piccirella'...

La ‘rivoluzione arancione’ è ancora ‘piccirella’…

Sul capitolo arte contemporanea, ancora una volta risalta più il non fatto. Mentre il MADRe si avvita in una crisi (forse) esiziale, strangolato da un violento spoiling system e da una drastica – e spesso strumentalmente manovrata – riduzione dei fondi, il silenzio dell’amministrazione comunale è assordante. Anzi, all’ombra di questo silenzio, il Comune ha pensato bene di togliere al Museo la disponibilità dell’adiacente chiesa di Donnaregina Vecchia, per darla invece alla Curia di Napoli…
Contemporaneamente, il CAM di Casoria, una realtà comunque importante sul territorio metropolitano,  rischia concretamente la chiusura, senza che nessuno – a Palazzo San Giacomo – abbia la sensibilità ed il fiuto politico di cogliere l’occasione, di farsi avanti ed offrire uno dei tanti spazi comunali in disuso – l’ex-Ospedale Militare ai Quartieri Spagnoli, per dirne uno…
Per non parlare ovviamente del PAN, ormai tornato ai peggiori standard dell’amministrazione Iervolino, ridotto a mero contenitore praticamente di tutto ciò che capita.
Beh, quasi tutto, visto che è stata respinta la richiesta di tenervi una performance teatrale, tratta dal ‘Il Casalese’, libro scritto a più mani sulla figura di Nicola Cosentino…
Proprio sul PAN, tra l’altro, che dovrebbe rappresentare il fiore all’occhiello delle scelte artistiche del Comune, ho avviato un sondaggio per raccogliere le idee che vengono dal mondo culturale e dalla città – visto che l’amministrazione non sembra averne…
Intanto in città, ormai lontana anni luce dall’epoca di Lucio Amelio, molte importanti gallerie chiudono, o si trasferiscono altrove. Sempre nell’opaco silenzio che promana da Palazzo San Giacomo.

Del Forum Universale delle Culture, ho persino pudore a scriverne. É senz’altro il caso emblematico, il paradigma assoluto dell’incapacità di affrontare le questioni culturali, se non in una grossolana prospettiva di grandi eventi – e gestendo tutto male persino in quella. Dopo una lunga, quanto indecorosa trafila di errori, lo stato dell’arte vede il commissariamento della Fondazione, con l’ipocrita ratio formale di “ripristinare la regolare attività dell’ente”, ma che in realtà dovrà semplicemente consentire alla Fondazione stessa (titolare della concessione del marchio Forum) di essere traghettata verso la liquidazione. E sarà interessante, al riguardo, vedere come si regolerà il commissario (e quindi, di fatto, Sindaco e Presidente della Regione) rispetto ai debiti accumulati dalla Fondazione stessa nei confronti di numerosi artisti ed operatori culturali napoletani…
La struttura monocratica (un uomo solo al comando…) che dovrà sostituirla ancora non c’è, né – ovviamente – c’è alcuna trasparenza riguardo a chi ne sarà il dominus. Si vocifera il nome di Alessandro Puca, un commercialista. Se così fosse, è evidente che scegliere di porre alla guida della struttura un professionista senza alcuna specifica competenza nel settore artistico-culturale, nè nel management organizzativo, lascia spazio al sospetto che – dietro – si profilerà un governo ombra
Comunque sia, il 10 aprile 2013 dovrebbe iniziare il Forum, e la Regione non ha ancora deliberato lo stanziamento di 15 milioni di euro di cui si parla (e che costituiscono appena il 10% dei 150 inizialmente previsti). Senza quella delibera, tra l’altro, non è possibile avviare i bandi per la partecipazione dal basso della città. Quei bandi che – Sindaco dixit – avrebbero dovuto essere pubblicati lo scorso aprile; fui facile profeta nel prevedere che si sarebbe risolto nel classico pesce d’aprile
Apparentemente ulteriore prova di incapacità delle amministrazioni locali, ma forse non solo quello. Per dirla con le parole dell’assessore Miraglia, “ridurremo il programma, ridiscuteremo i tempi e le idee”; insomma, con la scusa dell’emergenza imposta dai tempi stretti (e facendo finta di non sapere che l’hanno determinata loro, con la propria insipienza), il Forum sarà un’altro grande evento calato sulla città, e per di più alquanto raffazzonato.
Non a caso, in un recente sondaggio organizzato da la Repubblica, con 386 voti è proprio il Forum a piazzarsi al secondo posto tra le cose che i napoletani non approvano (dopo la vicenda ASIA – Raphael Rossi).

In qualche modo legata al Forum, la vicenda dell’ex-asilo Filangieri, sede della Fondazione. Occupato dal collettivo La Balena, col placet del Sindaco, che ha cavalcato l’azione per accellerare la smobilitazione della Fondazione, ed ammiccare all’anima movimentista della sua base elettorale, è nei giorni scorsi diventato oggetto di una delibera che, sottraendolo definitivamente alla Fondazione (adesso quindi priva anche di un ufficio…), lo assegna ad un uso pubblico, definendolo (parole dell’assessore Lucarelli) “luogo con utilizzo complesso in ambito culturale, (che) punta a garantire, attraverso l’accessibilità e la fruizione del bene ai lavoratori dell’immateriale, il diritto fondamentale alla cultura, intesa quale bene comune”.
Questa delibera, apparentemente destinata a sancire l’occupazione in atto, apre in realtà una fase ben più complessa. L’amministrazione, infatti, cerca di tenere insieme ruoli diversi, e non facilmente compatibili: da un lato, una vocazione politica a sostegno delle battaglie sui beni comuni, dall’altro i vincoli che una pubblica amministrazione ha nei confronti delle leggi e dei cittadini tutti. É ovvio che il processo che si apre, e che dovrà definire tempi e modi di attuazione concreta della delibera, non potrà portare ad un affidamento dell’ex-asilo, sic et simpliciter, a La Balena, ma dovrà prevedere molteplicità di accesso e pluralità di gestione. Insomma, un (altro) conflitto all’orizzonte…

Quale, dunque, il bilancio di questo primo anno? Sul piano delle politiche culturali, non s’è vista alcuna rivoluzione. Anzi, non s’è visto proprio nulla. Se non i clamorosi disastri intorno al Forum delle Culture.
Si predica la partecipazione, ma si pratica il decisionismo. Si innalza il vessillo della democrazia e dei beni comuni, per poi rivendicare una prassi monocratica.
Nessun intervento, nessun idea, che segnali la concreta volontà – e l’effettiva capacità – di promuovere una politica culturale purchessia. Colpevole silenzio su molte questioni aperte. Di investimenti, neanche a parlarne.
Insomma, questo primo anno dalla rivoluzione arancione, almeno per quanto riguarda l’Arte e la Cultura, suggella l’assoluta inadeguatezza dell’amministrazione.
Come sempre, le rivoluzioni non possono venire dall’alto, ma devono nascere dal basso. Dobbiamo farcela da soli, la nostra rivoluzione culturale.
Che qua, più che epigoni di Masaniello, sembrano esserci quelli del Federico Cafiero di facite ammuina

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