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Sul ‘chi’ e sul ‘come’…

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Nel processo che sta attraversando la città di Napoli (e non solo), che si segnala per una rinnovata partecipazione dal basso ai processi politici ed amministrativi, si è nei giorni scorsi segnata un’altra tappa, ovvero la co-convocazione (da parte dell’amministrazione comunale e dei movimenti) di un tavolo di confronto comune, destinato ad aprire una fase nuova ed ulteriore, quella che apre il percorso che porta dall’ascolto alla decisione. Ovvero, la definizione degli strumenti e delle modalità attraverso i quali i cittadini possano esercitare direttamente un potere decisionale.massa-critica-ph-Mario-Spada

Nel corso di questo incontro, sono emerse alcune questioni cruciali, che attengono non solo agli aspetti pratici e/o giuridico-formali, attraverso i quali il suddetto processo deve andare a sostanziarsi, ma anche questioni – potremmo dire – di principio.
Una prima questione, quindi, è quella che inquadra politicamente questo (seppur parziale) passaggio di poteri. In passato si è in più occasioni parlato di cessione di sovranità, da parte dell’amministrazione pubblica, e quindi è sicuramente apprezzabile lo sforzo di avanzamento linguistico con cui il Sindaco ha parlato invece di consegna di sovranità.
Purtuttavia, credo sia necessario dire con chiarezza che, in entrambe i casi, siamo in presenza di espressioni improprie, il cui uso rischia di inquinare concettualmente ciò di cui si sta parlando – e che, soprattutto, si sta praticando.
Il punto è che la sovranità appartiene già ai cittadini, sulla base del dettato costituzionale – cioè del patto fondativo della Repubblica. Ciò che si sta cercando di praticare a Napoli, così come altrove, quindi, è qualcosa di diverso. Si tratta di un processo di restituzione di pezzi di sovranità direttamente ai cittadini, che si è avviato in quanto sia questi che l’amministrazione comunale sono consapevoli del fatto che lo strumento attraverso cui si è sinora esercitata questa sovranità – la delega rappresentativa – è entrato profondamente in crisi, al culmine di un processo di svuotamento progressivo che lascia oggi sul terreno una delega formale, senza più alcuna effettiva rappresentanza.

Appare chiaro che, nel quadro normativo dato, dare forma giuridicamente valida a questa restituzione, non è cosa semplice, né tantomeno rapida. Anche perchè le risposte a queste domande non ci sono già, trattandosi semplicemente di individuare il percorso più agevole per renderle effettive, ma dovranno necessariamente emergere nel corso del processo.
Al tempo stesso, è invece chiaro sin d’ora quali sono i nodi sostanziali, con cui deve confrontarsi questo processo. Ovvero, il terzo elemento mancante nel titolo: il cosa.
Quali sono gli ambiti su cui verranno chiamate a decidere, le assemblee dei cittadini *? Quali sono le dimensioni territoriali su cui decidere? Quali sono le precondizioni perchè si possa ragionevolmente esercitare un potere decisionale? Su cosa è possibile esercitarlo e su cosa no?

Sempre in occasione del tavolo, è stato sottolineato come l’effetto nimby (Not In My BackYard) possa manifestarsi, con effetti paralizzanti, nelle assemblee di territorio. Per evitare questo rischio, però, la soluzione non può essere quella di delegare all’amministrazione alcuni ambiti di decisione, ma solo quella di estendere la dimensione territoriale delle assemblee in base alla dimensione delle questioni.
In termini generali, e di prospettiva, è chiaro che le assemblee dei cittadini possono ragionevolmente esprimersi su ambiti micro e macro – lasciando alle amministrazioni di vario livello gli ambiti intermedi. Possono cioè assumere decisioni relativamente a problematiche specifiche e circoscritte, ovvero esprimere orientamenti strategici generali.
Alle amministrazioni resta la delega a decidere su tutto ciò che si colloca tra questi due estremi, e più in generale il potere esecutivo – ovvero ciò che riguarda l’attuazione delle decisioni.

Infine, la questione dei tempi. Parlando di un processo, e quindi di qualcosa che per sua natura è in divenire, è chiaro che – entro certi limiti – si tratta di tempi non brevi. Trovare le soluzioni funzionali, politicamente sostenibili, e tradurle poi in atti normativi, è – appunto – un processo che richiederà i suoi tempi.
Ma, al tempo stesso, vi sono questioni strategiche (alcune delle quali emerse nel corso della discussione: Bagnoli, il porto, la gestione dei flussi turistici…) che sono già sul terreno, e che – proprio per la rilevanza profonda e di lunga durata – devono in qualche modo essere affrontate sin dall’oggi. Il che, trattandosi anche di questioni complesse, su cui gravano interessi e poteri diversi, lo rende ancor più complicato ma ancorché urgente.
Rispetto alle principali questioni strategiche della città, in questa fase, è necessario che l’amministrazione pubblica faccia uno sforzo suppletivo, aprendosi ancor più all’ascolto, e facendosi carico di una maggiore rappresentanza (ed una minore delega), proprio in virtù di quella consapevolezza condivisa che il sistema istituzionale, quale è dato oggi, è insufficientemente democratico.
Non si tratta qui di prevaricare i poteri e l’autonomia dell’amministrazione, quanto piuttosto – in una fase transitoria – dell’esigenza che (almeno sulle questioni strategiche) sia l’amministrazione stessa ad attivarsi per coinvolgere direttamente la cittadinanza nei luoghi e nei momenti in cui, de facto, si definiscono gli orientamenti; e soprattutto che, quando si giunga alle decisioni, queste non siano assunte senza un preventivo confronto pubblico con i cittadini, e – cosa più importante – non in contrasto con gli orientamenti da questi espressi.

 

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*Personalmente continuo a preferire il termine cittadini a quello di abitanti, che mi suona più occasionale, impolitico. Sarà perchè lo associo immediatamente alla Rivoluzione Francese del 1789, cioè quella rottura epocale che fece cittadini coloro che erano soltanto sudditi. E che per fare ciò, tagliò la testa ai reali ed ai nobili. Molto più che una semplice sovversione dei poteri, ma un atto – anche simbolicamente forte – che spazzava un dogma culturale profondo, quello della discendenza divina dei re.

Written by enricotomaselli

28 luglio 2016 at 15:58

La forchetta sull’altare

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#QuestioneDiRegole

Darsi consapevolmente delle regole sociali, è uno dei passaggi che segnano l’avventura umana, il suo allontanarsi dalla dimensione animale. Per gran parte della storia umana, queste regole però nascevano dalle idee di pochi, e di quei pochi difendevano gli interessi. Quanto fu difficile spezzare quel meccanismo, ci dice molto sulla natura umana. Fu necessario versare del sangue, far rotolar teste. Oliver Cromwell e Maximilien de Robespierre stanno sui libri di Storia a rammentarcelo.
Avere delle regole sociali, è in ogni caso il modo in cui gli umani regolano – appunto – il funzionamento delle proprie comunità.

Maximilien de Robespierre

Maximilien de Robespierre

Ho letto in questi giorni autorevoli commentatori intervenire sulla morte del giovane Davide Bifolco, tra paragoni – più assurdi che arditi – tra Napoli e l’Afghanistan, ed evocazione di una Napoli sana ma poco visibile, di cui si auspica la mobilitazione – ma che in questi termini, a me rammenta molto la maggioranza silenziosa di missina memoria. E, forse, siamo un po’ tutti di memoria corta, se abbiamo già dimenticato cos’era la Napoli degli anni ’80, o ancora agli inizi degli anni 2000, con le guerre di camorra in atto. Il che, ovviamente, non è detto per sminuire la gravità del presente (io stesso vivo in un quartiere in cui si spara).

Immaginarsi – e raccontare – questa città come fosse teatro di una guerra, è quanto di più fuorviante e pericoloso possa esserci. E non importa da quale parte ci si schieri, o se si preferisca una posizione di terzietà; questa lettura della realtà non è funzionale alla vittoria della legalità, al contrario, è funzionale al perpetuarsi dello status quo. Perchè ignorando le cause del conflitto impedisce di affrontarle e risolverle. Se regole sociali e legalità sono intimamente connesse, il conflitto non ha soluzioni muscolari.

Si parla molto di legalità, ma a mio avviso correndo il serio rischio di travisarne il senso. Legalità è il rispetto di quelle regole di cui si diceva all’inizio. Ma quelle regole non sono le tavole della legge date a Mosè da dio (per chi ci crede); sono un prodotto umano, che muta nel tempo – il più delle volte inseguendo i cambiamenti già intervenuti nella società, e quasi mai accompagnandoli. Sono fallaci, e non di rado ingiuste. E talvolta, per cambiarle, è addirittura necessario prima violarle.
Le regole sociali, le leggi che ci diamo, sono uno strumento non un fine. Né più né meno come una forchetta, che usiamo per mangiare senza sporcarci le mani, ma che mai e poi mai penseremmo di elevare all’onore degli altari. Stiamo attenti, quindi, a non fare della legalità un totem.

Quando pezzi di società si pongono di fatto al di fuori di queste regole, qualcosa non funziona nella società nel suo insieme.
A meno di non voler credere ad un’idea neo-lombrosiana della società, per cui ci sarebbe una parte dei suoi membri ad essere geneticamente marginale (ma poi bisognerebbe chiedersi come mai si concentrino in così vasta misura negli stessi luoghi…), bisogna prendere atto che quando il rispetto delle regole diviene a macchia di leopardo, non è questione di mele marce ma di un qualche batterio che si aggira nel corpo dell’albero. Ed è da qui che bisogna partire, capire la malattia per curarla. La potatura, ancorchè impossibile, non sarebbe risolutiva.

Se oggi le regole non sono più (o almeno, non tanto come una volta…) espressione delle idee e degli interessi di pochi, è per quei cambiamenti sanguinosi di cui prima, e che ci rendono tutti debitori nei confronti della Rivoluzione Francese. É ciò che ci ha resi (tutti) cittadini.
Ripristino della legalità, dunque, non può essere la mera imposizione della legge. Perchè questa non può essere regola sociale se non è regola condivisa. E non basta, a renderla tale, il fatto che nasca – attraverso un processo mediato – da istituzioni democratiche. Se la regola (ogni singola regola) non è percepita da ciascuno come propria, come rispondente anche ad un proprio bisogno ed un proprio beneficio, e se questo sentimento di estraneità non riguarda singoli individui – o singole regole – ma si manifesta in modo diffuso, allora non c’è altra soluzione che ripristinare questa connessione. Ricondurre al rispetto delle regole sociali quelle aree del paese che ne sono (anche parzialmente) fuori, non è cosa semplice, va da sé. Ma pensare di imporre la legalità al Rione Traiano con le Beretta 92s senza sicura, è altrettanto folle che pensare di esportare la democrazia in Iraq con i droni.

Written by enricotomaselli

13 settembre 2014 at 11:04

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