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Oltre la paralisi

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L’ho detto più volte – e ne resto convinto – che una crisi è sempre e comunque un’opportunità. Devo però riconoscere che, a volte, sembra davvero difficile trovare una via d’uscita in positivo.
É quanto sta accadendo oggi a Napoli. La crisi – meglio sarebbe dire le crisi – fa emergere, oltre al fango del fondo, anche energie positive, che però sembrano incapaci di superare la fase della protesta, di delineare un percorso capace di invertire l’andamento delle cose. Di cogliere – appunto – l’opportunità della crisi per avviare un processo di rinascita.
Tale mi sembra, in particolare, la situazione del comparto culturale napoletano.
Che sia in crisi, ed in crisi profonda, è sotto gli occhi di tutti. Eppure, a vederlo sono ancora in pochi, e quei pochi non riescono a trovare il bandolo della matassa.
Questo, in fondo, è anch’esso un portato del (fallimentare) modello bassoliniano, che pur intuendo le possibilità di un investimento sull’idea di Napoli come città culturale, si è poi rivelato incapace di creare un sistema sano, e di radicarlo nel territorio. A parte una breve ed effimera stagione, in cui la cultura – ed in particolare le arti contemporanee – sono state di moda, non si è mai realizzato un sistema capace di coinvolgere attivamente la città ed il territorio. Il fatto che oggi la questione sia oggetto dell’interesse pressocché esclusivo degli addetti ai lavori, è uno dei prevedibili esiti di quel modello.

Venerdì, ero al MADRe per il vernissage della mostra di Gerardo Di Fiore. Avevo tra l’altro appuntamento lì con una persona, ma dopo una decina di minuti non ce l’ho fatta, sono uscito e mi sono risolto ad attendere dinanzi al portone d’ingresso. E quando è arrivata, a malincuore mi sono fatto ritrascinare dentro. E la ragione di questo malessere è che, in tutte le sale del museo, c’erano si e no un centinaio scarso di persone – in buona parte della generazione del Maestro. Ed è stato così anche per tutte le ultime mostre inaugurate al MADRe.
Ma se anche l’ormai imminente morte del museo non genera alcun moto partecipativo, cosa può mai venir fuori, domani?
Pochi giorni fa, c’è stata un assemblea (sempre di addetti ai lavori) nella galleria di Alfonso Artiaco, che voleva individuare delle strategie difensive, per garantire la sopravvivenza del museo. Ma pochissimi tra i presenti li ho rivisti ieri al MADRe. E lo dico senza spirito polemico nei confronti di alcuno.
Ricordo qualche tempo fa, ultimi anni del regno di Antonio Bassolino,  l’inaugurazione di una mostra – un’artista americana, me ne sfugge il nome…  Intorno al museo, nei vicoletti adiacenti, si teneva in contemporanea un’esposizione open air di graffiti di Ciop & Kaf. Fuori c’erano centinaia e centinaia di persone, tant’è che ad un certo punto Bassolino e Cicelyn vennero fuori ad invitare i due artisti – ricevendone un rifiuto. Ma anche le sale del museo erano piene.
Che ne è stato, di quella stagione? Come – e dove – si è disperso quel capitale di attenzione ed interesse?
É un errore credere che, per qualche misteriosa ragione, ci sia stato un incontrollabile calo del desiderio (di cultura). Per dirne una, all’inaugurazione della mostra Oltre la paralisi, organizzata al PAN dal collettivo Urto!, e tutta costruita intorno a nomi nuovi, c’era la fila per entrare. Sussiste ancora, quindi, uno zoccolo duro su cui ricostruire.

Il MADRe di tutte le battaglie?

Il MADRe di tutte le battaglie?

Come dicevo – e ne ho scritto spesso – in città il mondo delle arti e della cultura è in continuo fermento, e se ne vedono continuamente i segnali. Il collettivo Urto! che invade il PAN, la Rete Forum che apre il dibattito pubblico sul Forum Universale delle Culture, i lavoratori della scena che si riuniscono in assise sempre al PAN, l’occupazione-insediamento del collettivo la Balena all’asilo Filangieri…
Last but not least, l’assemblea da Artiaco in difesa del MADRe.
Quello che continua a mancare, a mio avviso, è il coinvolgimento della città, e la sintesi progettuale.
Tutti noi, artisti ed operatori culturali, non riusciamo a superare le differenti prospettive da cui ciascun soggetto inquadra il problema (né, diciamolo, le diffidenze e le gelosie reciproche…), e non riusciamo a portare la centralità della questione culturale alla città nella sua interezza.
Naturalmente, non sono quisquilie, e non è facile superarle. Ma se non lo facciamo, non c’è speranza.
La stagione del bassolinismo è stata, per molti versi, un epopea cortigiana. Grandi risorse, grandi palazzi, nomi illustri, ma tutto all’insegna di uno sfarzo eliocentrico, in cui luce e calore diminuivano man mano che ti collocavi più lontano da corte. Questa stagione è finita, lasciando alle sue spalle solo rovine. A volte anche belle, e cariche di memoria. Ma il suo lascito maggiore è il rimpianto non per ciò che è stato, ma per ciò che avrebbe potuto essere.
La nuova stagione, nata anche come reazione a questo fallimento, si è però aperta all’insegna dell’incertezza, se non dell’indecisione.
Le grandi risorse non ci sono più. I nomi illustri sono altrove. Restano solo i grandi palazzi, vuoti e con un gravame di costi manutentivi che li rende indigesti ai nuovi poteri. Vorrebbero in fondo solo liberarsene, ma non sanno bene come fare. Perchè poi è questo il dato più rilevante, che accomuna il centro-destra che governa la Regione Campania e la neo-sinistra che governa il Comune di Napoli. Di là dalle chiacchiere, non hanno alcuna idea forte su come fare della cultura un fattore di sviluppo, anche economico.
E se la Regione sta attuando una politica caratterizzata dal peggior personalismo, con una invadenza dei politici (vedi assessore Miraglia), ed un’oscena privatizzazione delle istituzioni pubbliche (vedi De Fusco – benissimo ha fatto il Sindaco a chiedergli un passo indietro), il Comune per canto suo sembra semplicemente assente, paralizzato da questa foia centripeta, che tende a delegare tutto alla persona del Sindaco. E per quanto Luigi De Magistris possa essere animato dalle migliori intenzioni, manca naturalmente del tempo per occuparsi davvero di tutto – e nello specifico, manca anche delle competenze per farlo.

A fronte di questo vuoto della politica, il rischio peggiore è rimanere affetti dalla medesima cecità.
La questione fondamentale, di cui dobbiamo tutti renderci conto, e prenderne definitivamente atto, è che le risorse pubbliche sono drasticamente ridimensionate, e lo saranno sul medio-lungo periodo.
Quindi è assolutamente inutile fare battaglie di retroguardia, per difendere astrattamente l’indifendibile, per rivendicare il ritorno ad un epoca di spesa pubblica consistente, o per ritagliarsi un orticello che goda di qualche rivolo di tale spesa. Bisogna indicare soluzioni.
La battaglia, quindi, è l’innovazione profonda, culturale, dell’intero comparto.
É per spostare la spesa pubblica, dal sostegno diretto alle produzioni artistiche e culturali, all’investimento in funzione delle infrastrutture necessarie alla crescita del settore (cosa che, tra l’altro, rappresenta l’unico modo per ridimensionare l’invasività della politica).
É per la costruzione dal basso di un sistema delle arti e della cultura, capace di generare ricchezza per chi vi opera e per la città.
É per il superamento della straordinarietà – la politica dei grandi eventi – in favore della programmazione di lungo periodo.
É per la costruzione di una sintesi possibile tra la libertà creativa e la capacità d’impresa.
É, innanzitutto, per il superamento della paralisi che attanaglia l’intero mondo delle arti e della cultura. Consapevole della propria rilevanza, anche come fattore economico, in grande fermento, ma alla fin fine simile ad una mosca in barattolo: tanta agitazione, che però non riesce a produrre nulla di decisivo.

Per avviare questo processo, io credo ci voglia una merce di cui tutti lamentiamo la mancanza, ma che al tempo stesso siamo restii a spendere in prima persona.
Ci vuole un atto di coraggio, ed un assunzione di responsabilità.
Che vogliamo fare?

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Asilo politico

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É una sana e giusta tradizione, che un paese libero offra rifugio a quanti fuggono da condizioni di vita inaccettabili, siano esse dovute alle guerre, alle carestie, alla miseria endemica, alla persecuzione politica o religiosa.
Questa pratica, entrata tutto sommato di recente nelle legislazioni dei paesi democratici, è stata purtroppo velocemente inquinata dalle politiche xenofobe che si sono affermate in Europa come reazione alla globalizzazione. Ma qualcosa, è pur sempre rimasto. Di là dalle singole, specifiche articolazioni di legge, quest’idea è comunque penetrata nel senso comune; ci viene naturale aprire le porte di casa dinanzi alla sventura altrui, dinanzi allo sfacelo delle altrui vite. A tutto ciò è stato dato il nome di asilo politico.
Asilo, “1 sm: rifugio, protezione; 2 sm: luogo in cui vengono accolte persone bisognose di particolare assistenza e aiuto”.
Politico, “1 agg: della politica, che riguarda la politica, il governo”.
Asilo politico, dunque, nel duplice senso di accoglienza data per ragioni politiche, e subordinata ad una decisione politica.

La città di Napoli sta vivendo oggi una condizione estremamente particolare. Nel quadro di una situazione generale del paese, sicuramente di transizione, si trova infatti a rappresentare uno snodo avanzato della crisi e dei suoi possibili sbocchi. Storicamente città densa di contraddizioni e di disagi, che risultano oggi esasperati dal contesto generale, è attraversata da spinte diverse – per natura, direzione e prospettive temporali – che, ciascuna per proprio conto, rappresentano la ricerca di una via d’uscita. Nessuna di esse, tuttavia, è ancora saldamente delineata, né ha sviluppato strategie e tattiche tali da assicurarle il predominio.
C’è un vasto arco di forze, sociali e politiche, che puntano ad una restaurazione, ovvero ad un modello sociale e politico basato su una struttura sostanzialmente gerarchica (pur se formalmente democratica) della società. C’è un’altro arco di forze, che si definiscono progressiste ma che rappresentano sostanzialmente una spinta conservatrice. Ci sono forze sparse, che cercano strade diverse, sostanzialmente senza un modello ideale da perseguire, ma piuttosto con un’idea della direzione in cui spingersi.
Sicuramente, comunque, la partita è assolutamente aperta.
Il focus di questo blog, peraltro, come ben sanno i suoi lettori è centrato sulle politiche culturali. Anche in virtù della mia fortissima convinzione che, oggi più che mai, la Cultura sia fattore chiave di ogni ipotesi di cambiamento – come del resto scrivevo nel mio post precedente.
Dunque, è a partire da questa prospettiva, che vorrei sviluppare la mia riflessione.
I cordoni della borsa, in questa fase, sono in mano alla Regione Campania; per quanto le disponibilità finanziarie si siano certamente ridotte, parliamo comunque di milioni di euro. Di come questi fondi vengano gestiti in maniera – diciamo così – discutibile e disinvolta, ho scritto qualche post fa. C’è qualcosa di poco chiaro, nelle politiche culturali della Giunta regionale, o meglio nella Giunta stessa.
Ho già sottolineato come il Governatore Caldoro si guardi bene dall’intervenire, ogni qualvolta il suo assessore Caterina Miraglia se ne esce con una delle sue. Aggiungo: il vice-presidente della Giunta, Giuseppe De Mita (nipote di Ciriaco, non proprio l’ultimo arrivato…), ha le deleghe a Sviluppo e promozione del turismo, Strutture ricettive e infrastrutture turistiche, Beni culturali, Studio e ricerche di marketing.
L’assessore Miraglia, che prima di questa esperienza di governo locale era un docente universitario salernitano e nulla più, ha le deleghe a Istruzione e Edilizia scolastica, Promozione culturale, Musei e Biblioteche.
Personalmente, trovo singolare che ci sia una tale divisione dei compiti. Mi sfugge il senso di un assessore di peso, che gestisce Sviluppo e promozione del turismo e Beni culturali, mentre un altro assessore gestisce la Promozione culturale. Qual’è, la differenza? La ratio di questa separazione? Comunque, l’assessore Miraglia ha sicuramente un angelo custode, magari bipartisan, visto che nemmeno dal centro-sinistra si azzardano a chiedere le sue dimissioni…
La gestione delle politiche culturali da parte della Regione Campania, in ogni caso, sono caratterizzate fondamentalmente da due fattori: una spudorata invasione di campo da parte della politica, con la solita Miraglia onnipresente laddove gli amministratori dovrebbero avere il buon gusto di non spingersi, ed un uso altrettanto spudoratamente politico delle risorse, utilizzate per pompare gli amici e strozzare i nemici.
Dal canto suo, il vecchio clan bassoliniano, saltati tutti i riferimenti e i canali di alimentazione, è sostanzialmente allo sbando; i più restano in attesa di capire come svilupperà la situazione, qualcuno cerca di ricollocarsi in vista delle prossime tornate elettorali.

la Balena napoletana

la Balena napoletana

L’amministrazione comunale napoletana, anche se è sicuramente animata da buone intenzioni, e con prospettive in linea di massima condivisibili, appare evidente che si dibatte in una posizione di grande difficoltà – oggettiva e soggettiva. La Giunta De Magistris non ha risorse da investire, non ha idee con cui far fronte alla scarsità di fondi, non ha un retroterra politico da cui attingere competenze. Per di più, il Sindaco punta con ogni evidenza ad un proscenio nazionale, e conta di raggiungerlo accendendo ad ogni piè sospinto i riflettori su di sé (e quindi puntando ad eventi di rilevanza mediatica), ed accentrando molto le decisioni (e quindi sottraendo spazi e riducendo pluralità di visione). Cose che del resto gli vengono naturali, avendo un ego di tutto rispetto…
In un certo senso, si potrebbe dire che coniuga in sé orientamento di sinistra e protagonismo berlusconiano.
In ogni caso, sia pure per ragioni diverse, l’amministrazione comunale sta producendo sconquassi (vedi Forum delle Culture) per via di questo combinato tra incompetenza specifica e invadenza politica.
Ed il mondo delle arti e della cultura si trova, in ultima analisi, accerchiato.
Al tempo stesso, la caduta del precedente sistema culturale bassoliniano, ha liberato energie. Che hanno ripreso a mettersi in movimento.
Mi piace ricordare qui innanzi tutto il collettivo Urto!, la prima iniziativa pubblica di mobilitazione, che già oltre un anno fà inizia ad aggregare il mondo delle arti visive – in una misura e con una capacità propositiva forse mai viste prima. Urto! si insedia al Palazzo delle Arti Napoli, a partire da una occupazione simbolica, e sviluppa un’azione di confronto con l’amministrazione cercando di sopperire al vuoto di idee con le proprie proposte. Sino a sviluppare un rapporto consolidato con l’istituzione.
In tempi più recenti, la Rete Forum – nata per intervenire sul Forum delle Culture, quando ancora appariva possibile farlo – ha lanciato la prima assemblea pubblica e politica del mondo della cultura napoletana, avviando un processo di impegno diffuso, che rivendica l’autonomia della cultura.
Infine, il collettivo la Balena, che promuove l’occupazione della sede della Fondazione Forum Universale delle Culture, nell’ex-asilo Filangieri.
Occupazione che viene subito attaccata dalla Miraglia (…), ed invece appoggiata dalla Giunta Comunale. In parte, per una sincera, istintiva simpatia di questa verso i movimenti; in parte, per non trovarsi scoperti sul fianco e cercare di ricondurre a sé i movimenti stessi; in parte perchè, tatticamente, l’occupazione dà una spallata definitiva alla Fondazione, che il Sindaco – dopo aver cercato malamente di gestirla e controllarla per interposta persona – punta a smantellare per ottenere il controllo pieno dell’evento.
In ogni caso, l’occupazione opera una rottura. Taglia le gambe ai tatticismi, agli attendismi. Rompe gli indugi, e costringe a prendere posizioni chiare e forti.
Non c’è ancora una certezza su come quest’occupazione si svilupperà. Nè su cosa svilupperà nella città. Questo dipende da tutti noi. Nessuno escluso.
Bisogna che il senso dell’occupazione emerga da un processo collettivo, che coinvolga innanzi tutto il mondo delle arti e della cultura cittadino, nel modo più ampio e profondo possibile. Quindi è importante esserci, e far sì che che ci siano tutti.
Perchè quanto più forte sarà il coinvolgimento e la partecipazione, tanto più facile sarà rivendicare ed affermare il principio dell’autonomia della cultura dalla politica.
É questo che sta accadendo all’ex-asilo Filangieri, e che dobbiamo far sapere.
La arti e la cultura hanno trovato asilo politico. Anche a Napoli.

MADRe snaturata

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Il MADRe chiude, anzi no, il MADRe si chiude. Il collettivo La Balena convoca un assemblea nei locali del Museo, autorizzata dal Direttore uscente Cicelyn, ma il Presidente della Fondazione, Forte, la vieta perchè “non rientra nelle funzioni museali”. Naturalmente, domenica mattina la porta viene aperta, artisti ed operatori culturali entrano nel Museo e l’assemblea si svolge  comunque.
Ma non è di questa che voglio parlare, seppure sono emersi spunti interessanti durante il suo svolgimento.
Mi interessa di più, in questo momento, focalizzare l’attenzione sul preludio. Lo scontro Cicelyn/Forte, com’è chiaro, è in parte uno scontro politico – tra la nuova cordata dominante, legata al centro-destra, e gli ultimi cascami del centro-sinistra bassoliniano – in parte riflesso pavloviano nei confronti di quella che, vista da Santa Lucia, è la sinistra tout-court. Ma per una volta, vorrei provare a volare alto, al di sopra dei bizantinismi da basso impero di una politica vecchia già quando è ancora in fasce. Non prenderò quindi spunto dalle ragioni dello scontro, ma dalla giustificazione addotta da Forte: un’assemblea di artisti ed operatori culturali “non rientra nelle funzioni museali”.
Ecco, appunto. Quali sono, oggi, le “funzioni museali”?
La scorsa primavera si è tenuto al PAN, su iniziativa del collettivo URTO! (e nella prevedibile indifferenza dei più), un’interessante ciclo di incontri sul tema “(Po)Etiche del museo d’arte contemporanea”. Nel corso degli incontri, mirabilmente conclusi dall’intervento di Aldo Masullo, si è dibattuto proprio intorno all’idea di museo, e per quanto il tema avrebbe meritato ulteriore approfondimento, non sono state poche le suggestioni che avrebbero potuto e dovuto essere raccolte. É questo infatti un tema oggi centrale, nel quadro delle politiche culturali del nostro paese.
É fin troppo noto come il fronte dei musei d’arte contemporanea, oggi in Italia, stia arretrando; il MAN, il Riso, lo stesso MADRe, sono istituzioni culturali che – di là da una valutazione sugli investimenti e sui risultati – mostrano di essere alla corda. La ragione prima e più evidente è chiaramente nell’esaurirsi delle risorse economiche. Ma dietro questo velo, è il modello di politica culturale degli ultimi decenni ad essere entrato in crisi. E con esso l’idea di Museo che lo ha dominato.
Coerentemente con un orientamento più generale, la classe dirigente italiana tende oggi a trovare soluzione ai problemi attraverso i processi di privatizzazione. E questo orientamento si manifesta in modo particolare nel settore dei beni culturali (“i Beni culturali sono un elemento determinante di quel diverso modello di sviluppo che il governo Monti sta elaborando per il nostro Paese” … “sciogliere una volta per tutte … il nodo della cooperazione col mondo dei privati” Intervista al ministro Ornaghi, il Corriere della Sera, 23/01/12).
Quello che non cambia è l’atteggiamento mentale. Se nel passato il museo d’arte contemporanea era visto dal potere politico come un vanto da esibire, pagando con soldi pubblici quello che un tempo i mecenati pagavano con soldi propri, in tempi di vacche magre si pensa subito a vendere i gioielli di famiglia. L’ingresso del capitale privato viene visto come la panacea che consente di salvare capra e cavoli – cioè tenere aperti i musei, tagliandone drasticamente i fondi. Il fatto che il capitale privato voglia esclusivamente essere remunerato, viene visto come un positivo elemento di razionalizzazione.
Ma la domanda resta aperta: qual’è l’idea di museo che si vuole affermare?

L'arte contemporanea nel mirino

L'arte contemporanea nel mirino

Da questo punto di vista, l’Italia appare ancora una volta fuori dal circuito delle riflessioni sulla modernità. Si continua infatti ad affrontare il problema a partire da un orizzonte ristretto, economicista (il famoso “con la cultura non si mangia” è sintomo di un atteggiamento mentale ben diffuso).
La questione non è quale funzione deve ricoprire un museo d’arte contemporanea, perchè e come deve ricoprirla. La questione è semplicemente chi paga.
In questo quadro, l’intervento dei privati può essere solo occasionalmente positivo. Posto che l’interesse del capitale privato è mettere a reddito l’investimento, l’orientamento sarà sempre in direzione delle scelte che comportano il massimo del profitto con il minimo di rischio. Mentre le scelte culturali e sociali saranno considerate secondarie e subordinate a queste.
Ovviamente, non si tratta di affermare un rifiuto pregiudiziale dell’intervento privato. Ma, semmai, di trovare una via d’uscita dalla forbice in cui attualmente ci si muove, tra un intervento pubblico sempre più asfittico ed un intervento privato mosso solo dall’interesse.
Una via d’uscita che non può che prendere le mosse da una diversa idea di museo – della sua funzione.
L’idea di museo come luogo di conservazione delle produzioni artistiche, è un’idea che già da tempo ha perso il suo senso. Negli anni a cavallo tra XX e XXI secolo si è andata affermando l’idea di museo come luogo espositivo, con una predilezione per i grandi eventi attrattori. Mostre di artisti di fama, capaci di fare numeri rilevanti. É la logica dello spettacolo, la medesima che domina da decenni nel cinema: concentrare gli investimenti su poche grandi occasioni, che rendono in poco tempo. Ieri con i soldi pubblici, domani con quelli privati.
A me piacerebbe, invece, che si cominciasse a ragionare sull’idea di museo del futuro.
Su Repubblica di lunedì 30/01/12, c’è una bellissima intervista a Cristiana Collu, passata recentemente dalla direzione del MAN a quella del MART. Piena di considerazioni semplici e rivoluzionarie. L’intervista si apre con una dichiarazione che è già uno straordinario orizzonte culturale: “un museo non può essere solo un luogo dove si fanno mostre. Mi piace l’idea di un posto che somigli più a un laboratorio, a un officina viva. Un museo deve essere splendido quando ha denaro ed eroico quando non ne ha”.
Varrebbe francamente la pena di riportarla per esteso, l’intervista, se solo si potesse. Mi limiterò di necessità ad alcune citazioni.
“Si parla tanto di crisi dei musei, ma la crisi devrebbe essere connaturata all’arte: è un opportunità per ripensare, provare a studiare altre modalità. É un momento di rottura”.
“Mi piacerebbe che il museo diventasse uno strumento suonato dagli artisti. (…) Vorrei che gli artisti abitassero il museo e il territorio su cui il museo insiste”.
Non è difficile riconoscere in queste idee – per esempio – la spinta propulsiva del collettivo URTO! nella sua occupazione sui generis del PAN.
Del resto, questo è un sentire diffuso – anche se non molto praticato… – oggi in città.
Ma sarebbe utile, quando si parla (giustamente!) di beni comuni anche a proposito delle istituzioni culturali, interrogarsi non soltanto sulle modalità di gestione, o sulle risorse da impegnare – e da recuperare – ma anche, se non soprattutto, sul senso di queste istituzioni. Sul modo in cui devono svolgere la loro funzione, e prima ancora su quale sia questa funzione. Insomma, sarebbe interessante se il MADRe, così come tutti i musei d’arte contemporanea, si snaturasse, e provesse a trovare una diversa collocazione, rispetto alla comunità dell’arte e rispetto alla città. Francamente, mi sembra una partita più avvincente di quella sul nome del Direttore.

“Le arti arricchiscono le vite delle persone”

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“Le arti arricchiscono le vite delle persone. Tutti dovrebbero avere il diritto di trarre beneficio dal finanziamento pubblico delle arti. Per raggiungere quest’obiettivo, vogliamo far sì che le arti si concentrino sempre più sulla creazione di un pubblico per le opere di alta qualità, e che le necessità dei pubblici e delle comunità siano al centro di ciò che noi finanziamo. Noi crediamo che quante più persone faranno esperienza delle arti e contribuiranno a determinarle, tanto maggior beneficio ne trarranno la società, le comunità e gli individui. Ciò andrà anche a beneficio delle arti – offrendo loro nuove fonti di idee e ispirazione, nuovi mercati e nuovi flussi di reddito.”
(Arts Council England, Achieving Great Art for Everyone. A Strategic Framework for the Arts, London, 2010)

Sbaglierò, ma ho la sensazione che la situazione generale del paese stia scivolando verso il basso.
Non un tracollo verticale, un tragico precipitare degli eventi – anche se questo spauracchio ci viene continuamente agitato davanti agli occhi, per spingerci ad accettare politiche devastanti – quanto piuttosto un declino. Tragico destino dell’Italia è ritrovarsi, nel bel mezzo di una crisi mondiale, con una classe dirigente vecchia e cialtrona, assolutamente indaguata a fronteggiarla.
Ciò rilancia a mio avviso, e con la massima urgenza, la necessità di una azione dal basso. Che nel concreto, e senza certo scadere nel localismo, dovrebbe articolarsi a partire dalle realtà territoriali, che per loro natura hanno una rete sociale molto forte e diffusa. Bisogna che i cittadini si auto-organizzino, sfruttando tutte le opportunità offerte dalle realtà locali, sia sul piano amministrativo che politico, per avviare processi di rigenerazione sociale e politica.
Occorre insomma che, tutti insieme, riprendiamo il più possibile il controllo della nostra vita comune, per costruire un diverso futuro.
Senza qui avventurarmi troppo ad analizzare la situazione nazionale, vorrei restare nell’ambito di elezione di questo blog: la città di Napoli, e ovviamente le (sue) politiche culturali.
La vocazione naturale della città, oltre che alla sua posizione di baricentro del Mediterraneo, è legata all’arte, alla cultura, al turismo. E, aggiungo io, all’innovazione tecnologica. E non solo perchè le prime sono ormai impensabili senza questa, ma anche perchè Napoli ha delle eccellenze universitarie ed una popolazione giovane – entrambe ottimi fattori in grado di fare da humus su cui sviluppare un modello di sviluppo altro.
Purtroppo, rispetto a queste possibilità così come alle urgenze che premono, la classe dirigente appare totalmente in ritardo. Quando non orientata secondo modalità opposte, del tutto superate.
Non solo, quindi, manca un’idea di città verso cui orientare le politiche, ma spesso si utilizzano le opportunità e le risorse in modo grossolano, o peggio secondo logiche accentratrici, lobbistiche e depressive. La gestione alquanto verticistica che ha sinora caratterizzato il Forum delle Culture, da un lato, o l’operazione fatta sul Teatro Festival dalla Regione Campania, dall’altro, rappresentano molto bene la distanza che separa la classe politica dalle vere prospettive verso cui occorrerebbe muovere.
Si oscilla sempre tra la vecchia ed irritante idea dell’artista che si esibisce gratuitamente, e la concentrazione delle risorse disponibili su carrozzoni più o meno clientelari.
Ma così non se ne esce.

P.zza Tahrir, 22 novembre 2011

P.zza Tahrir, 22 novembre 2011

Per questo credo che sia urgente passare ad una fase direttamente attuativa, autonoma – anche se non necessariamente conflittuale.
Provo a ragionare sulle qualche ipotesi strategica, a individuare delle direttrici di marcia.
Il primo passo, ritengo sia procedere verso la creazione di un sistema delle arti. Mettere a sistema le varie forme d’arte, organizzarne la rete, è assolutamente necessario. Ed è anche il passaggio più immediatamente praticabile, nella condizione attuale. Intanto, perchè essendo il settore con le maggiori difficoltà, è anche quello in cui più facilmente possono attecchire proposte per uscire dalla crisi; inoltre, questa fase della storia nazionale sta vedendo una mobilitazione territoriale degli artisti e degli operatori culturali davvero notevole (a Milano, a Roma, a Palermo…), ed anche a Napoli – nonostante una cattiva tradizione di chiusura – si manifestano forme di mobilitazione dal basso – penso al collettivo Urto! ed alle innumerevoli iniziative relative al Forum delle Culture, che stanno confluendo nella Rete Forum.
In ogni caso, anche l’importante occasione offerta dal Forum delle Culture va intesa – appunto – come una occasione, non come l’evento capace di trasformare davvero ed in profondità la città, e nemmeno come l’ultima chance, persa eventualmente la quale non c’è più nulla da fare. Al contrario, va fatto ogni sforzo per mettere a profitto al massimo grado, nelle condizioni date, l’opportunità del 2013, ma al tempo stesso è necessario sviluppare sin d’ora un percorso che preceda il Forum, e che sin d’ora si proietti oltre il Forum.
In questa prospettiva, una delle prime cose da realizzare è la creazione di spazi autonomi e comuni, in cui gli artisti, e tutti coloro che sono a vario titolo coinvolti nei processi di creazione e produzione artistica, possano liberamente incontrarsi, per scambiare conoscenze ed intrecciare relazioni. Trovare insomma luoghi di socialità reale, che non possono essere sostituiti, se non in modo occasionale e marginale, dai social network.
Da questo punto di vista, l’esperienza del Teatro Valle a Roma, soprattutto in relazione a quanto ne è scaturito, anche in termini di produzione intellettuale e politica, mi sembra un riferimento che meriterebbe grande attenzione.
Un’altra questione che continuo a ritenere centrale, è quella dell’autonomia economica. Anche a prescindere dal fatto che ormai la disponibilità di fondi pubblici per l’arte e la cultura è estremamente rarefatta, e prevalentemente concentrata su eventi specifici (vedi appunto Forum), non si può non considerare che, negli anni trascorsi, l’erogazione di fondi per la cultura da parte delle amministrazioni pubbliche ha creato un doppio ordine di problemi: da un lato, una tossicodipendenza dal sostegno pubblico, e dall’altra una  crescente invadenza della politica sulle scelte artistiche e culturali. Occorre quindi agire perchè le politiche culturali cambino di segno, e che dal finanziamento pubblico degli eventi – piccoli e grandi – si passi al sostegno strutturale. In questo senso, si dovrebbe puntare alla creazione di una rete di servizi logistici comuni, ed alla realizzazione di una rete di spazi espositivi a disposizione gratuita.
Senza sottovalutare la necessità di creare cultura del manegement tra gli addetti ai lavori, anche attraverso appositi corsi di formazione, ed al supporto pubblico alle attività di fund raising, magari con la creazione di uno sportello pubblico, in grado di erogare informazioni e consulenze.
Altro grande tema è quello dell’educazione al contemporaneo, necessaria per assicurare un pubblico in rapporto continuativo e proficuo con le arti. Mi piace pensare all’idea di una officina della bellezza, in cui si offra a chiunque la possibilità di conoscere i linguaggi dell’arte contemporanea, per far sì che questa – nelle sue più varie manifestazioni – non venga sentita come lontana ed estranea al sentire comune. Una ampia azione di coinvolgimento, rivolta principalmente alle nuove generazioni ma non solo, in cui ancora una volta le pubbliche amministrazioni siano chiamate a dare solo sostegno strutturale.
Last but not least, c’è l’assoluta urgenza di riaprire un meccanismo di circuitazione internazionale delle arti, e di attivarlo con modalità capaci di coinvolgere a fondo il tessuto sociale della città. In questi anni, abbiamo assistito ad una forma monodirezionale di questo meccanismo, che si è concretizzata soprattutto nel portare a Napoli grandi artisti, e comunque sempre all’interno di un circuito in buona misura elitario, ma nella più totale assenza di bidirezionalità, ovvero senza che ci fosse alcuna forma di promozione dell’arte contemporanea napoletana in Italia ed all’estero.
Sicuramente, l’occasione del Forum delle Culture potrebbe essere una opportunità per innescare questo processo, ma solo a condizione che venga gestito con una prospettiva partecipativa, e non meramente spettacolare.
Ad esempio, si potrebbe lanciare un bando internazionale, invitando giovani artisti da tutto il mondo per la durata del Forum, ed offrendo loro ospitalità gratuita all’interno dei numerosi immobili comunali attualmente inutilizzati; e, al tempo stesso, organizzare una rete di accoglienza basata su giovani artisti napoletani, a cui affidare il tutoraggio degli ospiti internazionali. Una procedura a basso costo, che potrebbe però innescare un processo virtuoso di interscambi e collaborazioni, non senza qualche positiva ricaduta economica sul territorio.

Questi sono naturalmente solo degli spunti, che mi riprometto di sviluppare in seguito. L’importante è che di questi temi si cominci intanto a discutere. Magari a partire dal dibattito che si è aperto sul Forum delle Culture.
Ed a questo proposito, rammento a tutt* che sabato 17, alle h 10.30, si terrà la prima assemblea cittadina sul Forum, organizzata dalla Rete Forum. L’assemblea è convocata nei locali della Città del Sole, a vico Maffei 18 (stesso edificio della Fondazione Forum…). Qui potete vedere la mappa.
Vi aspetto!

Written by enricotomaselli

12 dicembre 2011 at 13:28

P.A.N. per focaccia

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L’ho già detto. Quando ci sono fondi da spendere, tanti (potenziali) critici si quietano, e una cortina fumogena va a coprire la mancanza di idee. Ma è quando i cordoni della borsa sono stretti, che si vede davvero la capacità di chi ha in mano la situazione. Come sempre, come in ogni cosa, le difficoltà producono una rarefazione della scena, e fanno emergere in modo distinto, netto, il vero stato delle cose.
Di là dalle difficoltà economiche, sulla quali è inutile tornare ancora, ma che ci sono ben presenti, siamo tutti consapevoli che sussistono, allo stato, altri elementi che contribuiscono a creare difficoltà.
C’è un problema di funzionamento della macchina comunale nel suo complesso.
Senza voler criminalizzare nessuno, è chiaro che questa struttura si è sclerotizzata nel corso degli anni, sviluppando al proprio interno sacche di immobilismo burocratico, che hanno contribuito a rallentarne – e spesso a frenarne – l’efficienza. Ed a questo, certamente, andava posto rimedio.
Del tutto comprensibile, quindi, che una delle prime azioni messe in essere sulla macchina, sia stata una operazione di riassesto.
Solo che questa operazione di rimescolamento, spostando dirigenti ed impiegati da una direzione all’altra, da un’assessorato all’altro, è stata forse troppo frettolosa, e non se ne è adeguatamente valutato l’impatto. Soprattutto in settori laddove si richiede qualcosa di più che la semplice amministrazione del quotidiano (per quanto a Napoli possa esistere una quotidianità semplice…), e dove occorre ben più che una buona capacità burocratica, è chiaro che un’intervento di questo tipo non solo azzera possibili consuetudini negative, ma fa altrettanto di ogni know-how specifico, di quel saper fare – che è anche un patrimonio di relazioni – che rende poi efficace il funzionamento della macchina stessa.
Sarebbe forse stato meglio procedere per gradi, preservando la possibilità di una trasmissione del sapere ad un nuovo staff.
Purtroppo, gli aspetti negativi di questo rivoluzionamento già si vedono; in certi casi, la confusione – per non dire di peggio – sembra regnare incontrastata.
E non può non preoccupare la nuova ondata di cambiamento che si annuncia, ad opera del nuovo Direttore Generale Silvana Riccio. Non tanto per gli obiettivi (“meritocrazia e razionalizzazione”) assolutamente condivisibili ed auspicabili, quanto per i tempi previsti (quattro mesi per le bozze del piano di ristrutturazione). Una situazione di incertezza che rischia di paralizzare ulteriormente quei settori che già mostrano di muoversi con difficoltà.
Si rischia di perdere più di un anno, dal cambiamento a Palazzo S. Giacomo, in settori strategici, già penalizzati dalla mancanza di risorse.
Tutto ciò, comunque, quale premessa.

Palazzo delle Arti Napoli

Palazzo delle Arti. E per le Arti.

Ora parliamo di P.A.N.. E parliamoci chiaro…
Questa struttura – che è costata ai cittadini un bel pò di denaro pubblico – tranne forse una brevissima stagione iniziale ha sempre vivacchiato, finendo poi col divenire una grigia depandance degli uffici comunali, un contenitore per iniziative occasionali ed eterogenee, senza alcuna progettualità, e comunque assolutamente inadeguato rispetto ai costi vivi della struttura stessa.
A fronte di questa situazione, nel periodo che si è dipanato a cavallo del cambio di amministrazione, sul P.A.N. si sono sviluppate delle azioni dal basso.
Prima tra tutte quella messa in essere dal collettivo Urto!, che ha dato vita ad una occupazione simbolica del Palazzo delle Arti, rivendicando una restituzione alla città dell’istituzione, ed operando comunque concretamente, in accordo con la precedente Direzione, per offrire contenuti al Palazzo.
Grazie all’azione organizzativa di Urto!, si è svolto al P.A.N. un ciclo di conferenze sull’idea di Museo, magistralmente concluso da Aldo Masullo, ed un ciclo di workshop sulle tecniche di incisione.
Ha inoltre preso vita il Progetto Ar.C.A.Na. (Archivio Corrente degli Artisti Napoli), presentato alla stampa proprio al P.A.N., che prevede una sezione speciale dedicata alle avanguardie del novecento napoletano, per la cui realizzazione si avvale della collaborazione del Maestro Tony Stefanucci.
Sempre dal collettivo, sono state avanzate una serie di proposte – sollecitate dalla nuova amministrazione – per i contenuti della nuova stagione del P.A.N. – proposte che si sono poi arenate nella palude amministrativa di cui dicevo prima.
Oltre a questa azione pubblica, ed in certo qual senso politica, del collettivo Urto!, alla quale ho personalmente contribuito, c’è stata un’ulteriore azione di intervento e di stimolo sulla Giunta.
Già all’indomani del suo insediamento, con alcuni amici che operano in vario modo nel settore delle arti e della cultura, abbiamo prodotto un documento (Ipotesi di indirizzo strategico per un nuovo Palazzo delle Arti Napoli), che abbiamo presentato ed illustrato all’assessore Di Nocera, e che appunto si focalizzava su alcune ipotesi di indirizzo generale, piuttosto che sui contenuti specifici.
E sicuramente, in vario modo, è immaginabile che siano giunte altre sollecitazioni anche da altre fonti.
Nel corso di quello scorcio di tempo pre estivo, era tra l’altro emersa – da parte dell’assessore – l’idea di convocare uno o più forum di incontro con gli operatori artistici e culturali napoletani. Un’idea opportuna, di cui poi si è sfortunatamente perduta ogni traccia…
É quindi mancato, e manca tuttora, il confronto tra l’amministrazione (la politica) ed il mondo dell’arte e della cultura. Lacuna tanto più grave in quanto, mentre in altri settori alla politica spetta il compito di indirizzo, quando si parla di arte e cultura il compito è il sostegno, senza alcuna pretesa di indirizzo.
A distanza di sei mesi, la situazione del P.A.N. è tuttora caratterizzata da grande confusione ed incertezza, sia in ordine alle prospettive che alla gestione ordinaria.
Anche le dichiarazioni d’intenti enunciate dall’assessore, in occasione della sua conferenza stampa al/sul P.A.N., appaiono generiche, attente più ad una ripartizione teorica degli spazi che ad un idea generale del loro utilizzo.
A questo punto, quindi, credo che vada affermato pubblicamente e con forza che il Palazzo delle Arti Napoli deve essere considerato un bene comune della cultura.
A fronte delle difficoltà oggettive e soggettive, evidenziatesi negli ultimi mesi nella gestione del P.A.N., va rilanciata la proposta della gestione diretta, da parte degli artisti e degli operatori culturali. Sul breve periodo, attraverso la costituzione di un comitato artistico, composto su base volontaria (quindi nessuno che chiede stipendi comunali…), che si faccia carico della gestione della struttura, e che sia messo in condizioni di operare con sufficiente autonomia, per non rimanere a sua volta vittima delle pastoie burocratiche.
Questo comitato dovrebbe avere il compito di curare la programmazione del P.A.N. per un anno, e nel frattempo si dovrebbe lavorare alla preparazione del passaggio del Palazzo delle Arti dallo status di dipartimento comunale a quello di fondazione autonoma, che lo svincoli – anche sotto il profilo economico – dalla gestione del Comune. Una fondazione che, nello statuto, preveda molto chiaramente non solo la partecipazione più larga di persone ed enti, ma anche l’autonomia dalla politica, il valore di bene comune, il principio della gestione democratica.
Penso a quanto si sta sviluppando nell’ambito dell’occupazione del Teatro Valle a Roma.
La questione diviene ogni giorno più urgente. Per questo, credo che dovrebbe essere assunta in prima persona dal Sindaco, in qualità di principale protagonista delle istanze di cambiamento espresse dalla città, nonchè primo refente dell’azione della Giunta.
Se si vuole che Napoli rinasca, e che le arti e la cultura siano protagoniste di questo rinascimento napoletano, il Sindaco De Magistris dia un segnale. Forte.

Written by enricotomaselli

23 ottobre 2011 at 23:59

Insostenibile leggerezza

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Oggi vorrei essere più leggero.
Però mi sa che non ci riesco.
Voglio pubblicare qui il video che ho presentato a CAMpania senses, il padiglione regionale della 54. Biennale di Venezia, al CAM di Casoria.
Intanto, mi corre l’obbligo di ringraziare Antonio Manfredi, per avermi invitato a partecipare. Così come a tutto la staff del CAM, che come al solito si spende al massimo per ogni inziativa.
Come dicevo, forse non riuscitò ad essere leggero, come vorrei.
Intanto, per il video in sé. Si intitola LORRORE – e per dirla con Totò, ho detto tutto.
L’idea di questo video è nata dapprima in funzione di una installazione, che avrebbe dovuto essere parte di un progetto del collettivo Urto! (Latency, una giornata di arte performativa, da tenere al P.A.N.), per il momento accantonato. Dapprima, avrei voluto focalizzare il tema delle migrazioni soprattutto legandolo all’elemento mare. C’era un’idea, parzialmente presente anche nel video, di mescolanza tra suono del mare e voci dei migranti.
Ma quando poi ho cominciato a cercare su YouTube dei video sul fenomeno (cercavo soprattutto riprese di barche nel mare), è venuto fuori con prepotenza un’altro elemento.
L’orrore di cui parla il titolo, non nasce infatti a fronte della quotidiana tragedia che nel Mediterraneo si consuma.
Nasce dalla lettura dei commenti che moltissimi utenti italiani hanno lasciato in calce a questi video.
Commenti che sono diventati quindi il focus del mio video.
Insomma, questo è LORRORE, giudicate voi.

L’altra ragione per cui non riuscirei ad essere leggero, è legata alla Biennale in sé – e mi riferisco sia al Padiglione Italia (gestione Sgarbi), sia alla nomina di Malgara.
Ma tutto sommato, non mi va di intossicarmi. Ne parliamo un’altra volta…

Written by enricotomaselli

11 ottobre 2011 at 13:06

Pubblicato su videoart

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